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Locarno 79

Elena Grassi

24 Agosto 2026

KETTICÈ: è facile immedesimarsi in questa “gioventù bruciata”
Locarno 79

Locarno, Festival | 0 commenti

“Ketticè” è il soprannome di Ketty Mendola, una ragazza “bona e che mena duro” nella Palermo del 2012, dove i giovani sono assuefatti dalle trasmissioni delle tivù berlusconiane e dalle droghe leggere che assumono per riempire i vuoti emotivi provocati dalla mancanza di orizzonti esistenziali (a lungo ma anche a breve termine) e da uno scollamento generazionale che erge l’incomunicabilità a cifra esclusiva del rapporto con il mondo adulto (che sia di genitori o insegnanti). A lei Giovanni Tortorici dedica il titolo del suo film presentato in concorso al festival del cinema di Locarno, che ha premiato come miglior interprete Monica Bellucci, nei panni di una madre autoreferenziale, forse pentita di esserlo, isterica al punto giusto e, come la donna Prassede di Manzoniana memoria, in buonissima fede convinta che con i suoi rimproveri possa redimere il figlio (unico) disimpegnato e disobbediente, allontanandolo invece sempre di più.

Costui è Giulio Uberti, sedicenne e vero protagonista del film (forse un alter ego del regista, all’epoca narrata suo coetaneo), che frequenta un liceo privato, vive in una casa da ricchi, cazzeggia con gli amici per le strade o su social network e viene mollato dalla fidanzatina Elena maggiormente attratta dalle puntate di “Uomini e donne” che dal loro sentimento. Casualmente entra in contatto con Ketty, trovandoci qualcosa oltre al diversivo, con lei si confida, si confronta ed entra in una corrispondenza di anime che seppur si esplichi nei fatti con l’abitudinaria ricerca di canne da fumarsi insieme, racchiude molto di più, una comprensione di quel disagio adolescenziale sospeso tra il non sapere ancora chi si è tanto meno chi si vorrebbe essere.

Lei è figlia di un ambiente proletario, ha uno zio in carcere per storie di mafia non meglio precisate, diventa popolare perché vince nelle risse tra “femmine”, ma è centrata, non giudicante, capace di stare nel qui e ora con maggior sicurezza, ed è più matura, come succede a quell’età tra ragazze e ragazzi. Per questo il titolo la omaggia, Ketticè è per Giulio una possibilità di dialogo che non ha con nessuno, e nel quale trova rifugio, dagli insulti dei suo professore di lettere (che appella gli studenti con il classico “braccia strappate all’agricoltura”), dalle aspettative inesaudibili di suo padre (che lo vorrebbe dedito al calcio per cui lui ha scarso interesse) e dalle sceneggiate di sua madre, perennemente mortificata dal suo scarso rendimento scolastico.

Tutti chiedono a Giulio di essere qualcosa che non è, ma nessuno si preoccupa minimamente di sapere come si senta. E se gli studenti, non solo del 2012 ma anche di oggi, a detta delle docenti presenti in sala a Locarno, potrebbero ben immedesimarsi in questa gioventù bruciata palermitana, gli spettatori adulti dovrebbero invece interrogarsi su qual è la loro parte nella crescita di una generazione che talvolta per essere vista e considerata si esprime con ribellioni incasellate troppo spesso solamente come atti criminosi fini a sé stessi (che si tratti dei maranza o dei dissidenti del Friday for future). Salta in mente la battuta fulminante di un altro giovane personaggio in un film visto a Locarno, “Cercatori d’angeli” di Leopoldo Pescatore (di cui trovate recensione in questo sito), che afferma: “tutti sanno che esisto, ma nessuno mi vede”.

Tortorici in “Ketticè” sembra svelare i prodromi dello straniamento identitario di Leonardo, protagonista della sua bella opera prima “Diciannove” (2024), che non si sente veramente a casa in nessun posto. E lo fa con una regia dinamica che trasfigura il pedinamento neorealista (solo che qui ci si sposta in minicar) con un montaggio articolato e sincopato quasi a dire che la vita scorre, con le sue inquietudini e il suo maremoto, anche quando l’azione è ferma e pare non succeda nulla. Proprio come il pianto finale di Giulio, che svela quanta consapevolezza abbia covato sotto l’apatia di cui sembrava fiero e convinto.

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