Nella Danimarca del secondo dopoguerra, Marie lavora come cameriera nella ricca casa di un uomo a cui è promessa sposa. La sua nuova condizione sembra offrirle finalmente un’emancipazione in termini di sicurezza e stabilità, ma il passato della donna, che continua a incombere sul suo presente, torna progressivamente a galla. All’esterno della casa, intanto, il Paese è attraversato dalle tensioni del dopoguerra: la resistenza danese è alla ricerca di collaborazionisti e nazisti, mentre il confine tra vittime, complici e responsabili appare tutt’altro che netto. È in questo clima che Marie viene coinvolta in una vicenda che mette in discussione la sua identità e la sua posizione. Il sospetto di un precedente coinvolgimento con i nazisti fa precipitare la situazione e incrina definitivamente l’ordine apparentemente perfetto della sua futura nuova vita. Marie si ritrova così divisa fra ciò che è stata, ciò che è diventata e la possibilità di conquistare una libertà autentica, anche a costo di mandare tutto all’aria.
Chi è veramente Marie? La domanda è al cuore del terzo lungometraggio della regista danese-egiziana, non casualmente intitolato Woman Unknown, ovvero “donna sconosciuta”. Rigoroso dramma in costume, il film richiama un’idea di cinema precisa, costruita attraverso scelte linguistiche circoscritte, seppur non sempre originali. Sostanziale, nel racconto di questa donna intimamente “divisa” è la definizione dello spazio come riflesso del suo universo psicologico ed emotivo. Dentro casa tutto è geometrico, perfetto, tenuto insieme da un rigore quasi chirurgico. Fuori, invece, il mondo è quello inquieto del dopoguerra. Ordine e caos diventano allora le due direttrici lungo cui El-Toukhy costruisce il proprio discorso filmico. Una traiettoria che la regista non smarrisce mai e che anzi affida a ogni inquadratura, a ogni dettaglio e a ogni sfumatura della prova dell’interprete (la brava Mathilde Arcel), per restituire la complessità di un personaggio indubbiamente interessante. Un cinema solido che, pur adottando certe estetiche bergmaniane e, più in generale, del cinema scandinavo, riesce a ritagliarsi una propria originalità.








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