Tradizionalmente la sezione Fuori concorso della Mostra del cinema offre un panorama chiaramente diviso in due: da una parte ci sono i film molto popolari, inadatti a finire in concorso proprio per questa dimensione pop, ma anche interessanti perché il cinema è sempre anche spettacolo; dall’altra ci sono invece film, soprattutto documentari, che offrono uno spaccato della realtà presente, anche la più dolorosa. Seguendo l’intera sezione si vive perciò una sorta di straniamento, nel passaggio da film d’azione, con spari e sangue a buon mercato, a serissimi e lentissimi documentari sui quali riflettere.
In questa mostra al primo gruppo appartengono film come Father Joe di Barthélémy Grossmann, su un prete che contrasta con mezzi molto poco ortodossi la mafia locale; o Arrested Memory del giapponese Sabu, in cui un ispettore cerca di sventare traffici illeciti non risparmiando una violenza spesso grottesca, ma è alle prese con delle amnesie che creano situazioni al limite del ridicolo; o anche Un bon avocat del francese Tristan Seguela che segue a un ritmo vertiginoso le vicende di un avvocato alle prese con la dipendenza da alcol e droga e con oscuri traffici internazionali. Dall’altro lato stanno documentari come Union Town di Barbara Kopple che affronta il tema dello sfruttamento dei rider di grandi multinazionali, o le lentissime meditazioni di Amos Gitai in The Road to Gericho.
Oltre questi due poli opposti è possibile trovare ciò che caratterizza davvero la sezione di quest’anno. E c’è innanzitutto il tentativo di rapportarsi alla complessità del mondo, di leggere e comprendere i suoi conflitti. Il film francese Jupiter, per esempio, di Alexandre Smia mostra come il presidente della Francia può comportarsi di fronte a una escalation del conflitto in Ucraina fino a giungere sull’orlo di un conflitto nucleare. D’altra parte No Paradise if You Are Killed By a Woman di Halkawt Mustafa, girato tra Kurdistan Iracheno e Norvegia, racconta (in modo un po’ troppo romanzato) dei conflitti tra estremisti islamici e peshmerga curdi; mentre il documentario Citizen Osama di Ahmed Hassouna entra proprio nella Striscia di Gaza messa sotto assedio. Sembra invece risalire all’origine del male Lav Diaz, che ricostruisce i rapporti di forza che si sono creati durante il colonialismo nel film Led Us Through, Dear Ancestors.
A fronte di una situazione internazionale che sembra sull’orlo di un baratro, altri film sembrano mettere in scena il ripiegamento in storie minute nelle quali si creano strane coppie che grazie a gesti piccolissimi trovano una loro dimensione in un mondo che sembra escluderli sempre più. In Place To Be di Kornél Mundruczó la strana coppia è formata da una donna anziana, non compresa dai propri figli, e da un uomo di mezza età con problemi professionali e familiari che trovano un’intesa grazie a un lungo viaggio in treno e a un curioso piccione che la donna porta con sé. In Scherzetto di Mario Martone la strada coppia è invece costituita da un nonno e un nipote che sembrano cercare nel loro rapporto un rifugio da un mondo che non li comprende.
Sembra invece non rappresentare una salvezza la coppia che si crea in Nessun Dolore di Gianni Amelio, coppia singolare anche questa, formata da un venditore di libri usati e da una più matura professoressa universitaria con l’anziano marito malato. A differenza degli altri film qui i grandi problemi del mondo sono alle porte, premono, pretendono il loro spazio, e sono incarnati da uno sfortunato bambino immigrato e la sua comunità. Il rifugio nel privato, sembra dirci il film, non è una soluzione, tutto resta insoluto e sbagliato e persino un’ultima utopia, ovvero riportare il corpo del bambino in una piccola cappella, sembra vana: è il fallimento collettivo che diventa fallimento dei singoli, di ognuno di noi. E del resto di colpa e di fallimento dei singoli parla anche The Basics of Philosophy di Paul Schrader che racconta del tentativo di un uomo, professore di filosofia, di resistere alle proprie tentazioni delle quali tuttavia resterà vittima fino alla fine.
Insomma il quadro di questa sezione del Festival racconta di un mondo in crisi e dell’incapacità dei singoli di uscirne. Ci sono sprazzi di utopia (come racconta Slavoj Zizek in The Pervert’s Guide of Utopias di Sophie Fiennes) ma restano tali, lontani, nascosti, impraticabili, mentre il mondo coi suoi squarci non sembra destinato a guarire.








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