Intrecciando realismo e sogno, mito e attualità, il regista tailandese Phuttiphong Aroonpheng ha presentato a Venezia 83 il suo terzo lungometraggio. Già vincitore della sezione Orizzonti nel 2018 con il film Manta Ray, ritorna al Lido nella stessa sezione con Yak Mai (The burning giants). Opera intrisa di simbolismo, risulta alquanto ostica allo spettatore occidentale, mantenendo comunque alto l’interesse verso un racconto visivo che, nel suo esotismo, cerca di dare luce a fatti comuni a tutta l’umanità: l’esproprio abitativo forzato, la cancellazione delle culture minori, la violenza di Stato.
Il film è ispirato alla storia vera di Porlajee “Billy” Rakchongcharoen, attivista di etnia Karen, scomparso nel 2014 dopo essersi opposto allo sgombero forzato del suo villaggio per fare posto ad un parco nazionale. Arrestato con il pretesto dell’aver raccolto del miele selvatico, i resti di Billy furono ritrovati solo molto tempo dopo, per via delle ricerche volute dalla moglie. I Karen (Cariani) sono un popolo indo-asiatico concentrato soprattutto in Birmania e in numero minore in Thailandia. Il regista rielabora il tema della costrizione, inflitta alle comunità dei piccoli villaggi della foresta, in nome delle decisioni governative, mettendo sul piano visivo il parallelo tra la realtà e la finzione teatrale.
Una misteriosa nube di fumo bianco, che nasce in un teatro nascosto nel sottosuolo, ricopre le foreste della Thailandia occidentale, nella regione Kaeng Krachan, provocando una strana malattia infettiva i cui sintomi ricordano le ustioni causate dal fuoco. Un montanaro (Gandhi Wasuvitchayagit) sfuggito all’ordine di evacuazione viene arrestato e condotto in un centro di quarantena fuori dal parco naturale. Durante la detenzione sogna di far ritorno tra le montagne: lo stesso desiderio è condiviso dalla moglie, rifugiatasi a Bangkok. Ad opporsi a questo rientro verso “casa” sono le guardie forestali. Da qui in poi, i fatti reali si confondono con la rivisitazione teatrale di uno dei miti fondativi della monarchia tailandese: il Rāmāyana. Proprio come i poemi omerici, questo testo è la base culturale di molte popolazioni della regione a cui appartiene la Thailandia. Il racconto narra dell’avatar (incarnazione in forma umana di una divinità) Phra Narai e della sua guerra contro il re degli orchi, a cui segue l’edificazione di un prospero e pacifico regno. Affidandosi ai costumi del teatro tradizionale, il regista non sposa la causa nazionalista che legittima la difesa della monarchia, nel nome della quale è stato a più riprese sospeso lo Stato di diritto in Thailandia, Phuttiphong Aroonpheng adotta, piuttosto, il punto di vista dei vinti, gli orchi, e istruisce un parallelo tra il loro annientamento e quello del popolo Karen. Tra fumo, presenze spettrali e memoria, il film si fa canto e difesa delle vite dimenticate e sfocia in una profonda meditazione sull’appartenenza, lo sradicamento e la resistenza.








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