Quanto pesa nella formazione dei giovani della generazione Alpha il modello educativo che impone la società adulta? Nell’età evolutiva è tutto schematizzabile secondo modelli che incasellano gli adolescenti in tipi standardizzati? Prova a rispondere a queste domande Jannis Lenz nella sua opera prima Oase. Il regista tedesco mette in scena, con una forma asciutta e contemplativa, la vita di un gruppetto di adolescenti che vivono in un piccolo villaggio della Germania, ai margini delle grandi foreste. Il film, in concorso per Orizzonti alla 83 Mostra del Cinema di Venezia, si incentra su alcune manifestazioni di violenza da parte di Andi, uno studente da poco venuto a vivere nel paese, azioni nate in risposta al bullismo diffuso tra i coetanei e agito in modo particolare verso chi è diverso, perché sovrappeso o perché appare strano e non allineato con gli altri ragazzi della comunità.
Quanto accade a scuola mette in discussione il rigore imposto dai docenti e desiderato dai genitori. In risposta ai fatti troviamo due atteggiamenti contrapposti. Da un lato il linguaggio della burocrazia scolastica, dell’educazione imposta dall’alto e della codifica di quanto accaduto secondo schemi, dall’altro la sperimentazione della libertà dei tre giovani protagonisti che, fuggendo spesso nei boschi dietro casa con il pretesto di giocare a paintball, si abbandonano alla natura e comunicano tra di loro con un linguaggio silenzioso, fatto di fisicità, gestione del dolore e sperimentazione dei limiti e delle paure, come se fossero i cuccioli di animali selvatici. Quello che Lukas, Maya e Andi provano è così intenso che nessun corso scolastico saprebbe insegnarlo. Il bosco diventa il loro ambiente formativo, alternativo alla scuola e alla famiglia: la natura in contrapposizione alla società.
Il padre di Lukas è vedovo e professore nella stessa scuola dove avvengono i fatti ed è impossibilitato a reagire per la sua doppia posizione di genitore e docente; la madre di Andi deve accollarsi la responsabilità di un figlio difficile, il cui padre è assente per lavoro; Maya vive da sola, in una grande casa in cui non vediamo mai nessun adulto. Il regista ci tiene sulla linea sottile che divide vittime e carnefici, mostrando come i ruoli sono intercambiabili se si modifica il punto di vista di chi giudica. Anche i genitori, così severi nella struttura sociale scolastica, si trasformano in bulli quando, ad esempio, escludendo dalla chat di classe i genitori di Andi perché ritenuti inadeguati al loro ambiente. Sempre il corpo dei genitori non chiede un’educazione equilibrata per i ragazzi, ma pretende misure di controllo a salvaguardia della propria serenità. Dice il regista “viviamo in un’epoca che tiene i giovani sotto costante osservazione, eppure sembra incapace di vederli davvero.”
Come un architrave, sopra quanto accade, pesa la presenza dei video, registrazioni di provocazioni e atti offensivi che circolano sui cellulari dei ragazzi e fomentano violenza e accrescono la preoccupazione genitoriale. In risposta all’uso delle immagini diffuse sulla pubblica piazza mediatica, i tre ragazzi giocano con una vecchia telecamera a nastro magnetico, che usano per filmare le loro azioni nella loro oasi, senza divulgare quello che fanno con nessuno, pronti a cancellare e ri-registrare quei ricordi personali. Nel bosco-rifugio affiorano tenerezza, crudeltà, e quanto di più vicino ci sia al sentirsi vivi davvero.








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