La vita di Andy Goodrich, sessantenne titolare di una galleria d’arte sull’orlo della chiusura, viene messa a soqquadro quando sua moglie, madre dei loro due gemelli di nove anni, gli annuncia di essere entrata in un programma di riabilitazione di novanta giorni per disintossicarsi dall’abuso di farmaci, lasciandolo da solo con i bambini durante le vacanze di Natale. Catapultato nel mondo della genitorialità come mai prima d’ora, tra compiti scolastici e responsabilità da assumere in prima persona, Andy, preso alla sprovvista, si affida alla figlia del suo primo matrimonio, Grace, trentaseienne in avanzato stato di gravidanza…
La famiglia, osservata sotto diverse angolazioni, scomposta ma sincera: un’entità sfuggente e duplice, per il personaggio interpretato da Michael Keaton, a causa dei suoi due matrimoni e dei tre figli nati da quei diversi legami; ma anche propositiva e vissuta in dimensione unica, filtrata cioè da singola prospettiva, sia per i bambini che per la figlia ormai adulta e in dolce attesa. I continui ‘sconfinamenti’ dell’una nell’altra sono il terreno sdrucciolevole su cui la figlia d’arte Hallie Meyers-Shyer, sceneggiatrice oltre che regista de Il padre dell’anno (a suo agio con i nuclei familiari disfunzionali e le inadeguatezze genitoriali fin dall’esordio del 2017, 40 sono i nuovi 20), articola il suo secondo lungometraggio. Il punto di vista centrale, qui, resta quello del gallerista in crisi, ma nell’economia narrativa del film e nel rafforzamento della sua carica empatica lo sguardo di Grace sul proprio genitore, sulle sue reiterate assenze e indifferenze come pure sulle sue goffe, malinconiche fragilità, gioca un ruolo significativo.
A questo incrocio tra generazioni, oscuro e al contempo luminoso, corrisponde sullo schermo, in termini di generi di riferimento, una seconda contaminazione, quella fra commedia e dramma: se i dialoghi non di rado risultano efficaci e talvolta frizzanti, la parabola esistenzial-professionale di Andy segue invece traiettorie abbastanza scontate, in un’alternanza programmatica tra crepuscolarismo struggente e piccole rinascite, silenzi stranianti e sterzate ironiche, approdando ad un finale (guarda caso durante le festività natalizie) dalla morale ‘obbligata’ ma cristallina: è l’amore che ci unisce, oltre ogni età e ogni errore del passato. Più del girotondo che avvolge grandi e piccini, ancor più della latitanza di un padre e della gravidanza di una figlia, a tenere alto l’interesse dello spettatore sono le interpretazioni di Keaton e di Mila Kunis (nei panni di Grace): il primo, facendo ricorso ad un sensibile e vasto catalogo interpretativo, compone un fallimentare ritratto umano rischiarato, però, dall’accettazione del propri limiti, per quanto tardiva; la seconda, uscendo dalla gabbia della semplice ‘scardinatrice’ delle resistenze paterne, come previsto dal copione, sfoggia una convincente personalità attoriale.
Zuccherato o inasprito, a seconda dei momenti, da una sceneggiatura visibilmente preoccupata di non annoiare nessuno (e, di conseguenza, mossa a comando un po’ artificialmente), Il padre dell’anno non affonda mani e piedi nel disagio di un uomo, come invece avrebbe potuto fare con più coraggio. Ma nel mare magnum di tante, recenti e anonime produzioni hollywoodiane si ritaglia comunque, senza sgomitare, un posto di riguardo.
Regia: Hallie Meyers-Shyer
Interpreti: Michael Keaton, Mila Kunis, Laura Benanti, Andie MacDowell, Kevin Pollak
Nazionalità: Usa, 2024
Durata:110’
