Terza figlia di una famiglia belga, il padre diplomatico, la madre appassionata pianista, Amélie nasce in Giappone, a Kobe, sul finire degli anni Sessanta. Nei suoi primissimi anni di vita, la bimba guarda il mondo con occhi incantati, convinta di essere una sorta di divinità onnipotente al centro dell’universo. Accanto a lei, più dei genitori, c’è Nishio-san, la premurosa domestica, rimasta orfana, in gioventù, per un bombardamento durante la Seconda guerra mondiale. Compagna di giochi e confidenze, Nishio-san diventa la guida silenziosa di Amélie, fino a quando, nel giorno del suo terzo compleanno, un evento improvviso modifica per sempre, nell’orizzonte psicologico della bambina, la sua visione magica della realtà…
La vita appena sbocciata, intraprendente e luminosa, ma anche la morte che entra, d’improvviso, a far parte integrante del ciclo dell’esistenza terrena. Una pace idilliaca, condensata in un’elegante abitazione con vasto giardino e specchio d’acqua, riparata da ogni tensione esterna, ma anche gli echi mai sopiti della guerra, con i suoi lutti lontani e i suoi riflessi ancora laceranti. E, soprattutto, una dimensione metafisica a sovrintendere azioni e reazioni, cause ed effetti, regolando le relazioni interpersonali e il rapporto simbiotico tra esseri umani e natura.
La metafisica dei tubi (2001), d’altronde, è il titolo del romanzo di Amélie Nothomb a cui si ispira il film degli animatori Mailys Vallade e Liane-Cho Han, autobiografia semi-immaginaria, ironica e buffa, dei primi tre anni di vita della scrittrice belga. Il credersi ingenuamente e spocchiosamente Dio, da parte della piccola protagonista, lo splendore stupefacente del creato, osservato nelle sue diverse stagioni temporali, il rituale delle lanterne, che nella tradizione nipponica si depongono sull’acqua di un fiume per ricordare i defunti, così come la morte stessa, sfiorata in tenerissima età in un doppio, mancato annegamento, sono i punti di contatto, ne La piccola Amélie, tra quotidianità e aldilà. Intenso e misterioso inno alla scoperta della vita, sospeso tra due universi geografici e culturali (quello di appartenenza anagrafica europea e quello di residenza temporanea nel Paese del Sol Levante), l’esordio nel lungometraggio, dopo prestigiose, precedenti collaborazioni, di Mailys Vallade e Liane-Cho Han (qui anche autori della sceneggiatura) conserva l’ironia tagliente e iperbolica del testo di partenza, pur se spurgato dai suoi più caustici parossismi, infondendo colore, energia e scintillio alle meraviglie della primissima infanzia.
Visto ‘in soggettiva’ attraverso i grandi occhi verdi di Amélie, il mondo appare un terreno incontaminato nel quale, però, sono contenuti anche i semi dell’assenza e della perdita. Rievocata come luogo privilegiato della memoria, l’infanzia della giovanissima scrittrice belga si pone, dunque, come un cammino di crescita verso la consapevolezza, addolcita dal legame profondo con la tata (reso sullo schermo con sensibilità dialettica, grazia visiva e toccante ‘prossimità’) e dall’affetto, ricambiato, verso la nonna (la quale, offrendo alla piccola una tavoletta di cioccolato bianco, riesce a farla uscire dal muto isolamento in cui si era richiusa). Pazienza se la prima parola pronunciata dall’effervescente terzogenita è “aspirapolvere” e non “mamma” o “papà”: La piccola Amélie, non allontanandosi quasi mai dalla protettiva casa di famiglia, resta un emozionante album di ricordi-ponte fra due culture, l’Occidente e l’Oriente, in grado di coesistere e convivere. Un film che è un vero e proprio incanto, immerso in una natura rigogliosa, come nel cinema di Miyazaki (ma senza l’immaginario deformante dell’autore de Il ragazzo e l’airone), ‘caldo’ e tenero ma mai stucchevole o sentenzioso. Un gioiello di animazione, dai tratti grafici semplici ma comunicativi. Un acquerello morbido e lieve, accurato nella forma e assai ‘partecipato’ nella sostanza.
Regia: Mailys Vallade, Liane-Cho Han
Nazionalità: Francia, 2025
Durata: 75′
