Marty Mauser ha pochi soldi in tasca, un’irrefrenabile ossessione per il ping pong e la certezza di essere destinato alla grandezza. Dalla New York degli anni ’50 al Cairo, da Tokyo a Parigi, insegue i suoi sogni senza mai fermarsi fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio Larger than Life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario.
Primo lungometraggio per la sala diretto da Josh Safdie in solitaria, Marty Supreme dialoga idealmente con The Smashing Machine, titolo del fratello Benny già visto (e premiato) a Venezia 2025. I due film condividono infatti non solo la cornice del biopic — qui ispirata alla vita del pongista statunitense Marty Reisman negli anni Cinquanta —, ma anche la scelta di uno sport minore come lente attraverso cui riflettere l’American Dream e la sua disillusione.
Tuttavia Marty Supreme ha un passo completamente diverso dall’opera firmata dal fratello minore: gioca con la fluidità e con il ritmo senza rinunciare alla profondità, dimostrando di sapersi muovere con disinvoltura dentro un modello classico – quello della screwball comedy – per poi incrinarlo dall’interno, deformandone il tempo, l’euforia, persino la sua leggerezza apparente, contaminandoli con un’energia moderna e malinconica attraverso la quale la messinscena dello ieri si rispecchia nell’oggi. Il ritmo brillante, fatto di dialoghi serrati, scarti improvvisi e situazioni ai limiti dell’assurdo, richiama una tradizione che affonda le radici nella Hollywood degli anni Trenta, ma il film non si limita alla citazione: la aggiorna, la spinge in avanti, la sporca di inquietudine.
Il riferimento a Spielberg (penso soprattutto a Catch Me If You Can) appare evidente: anche qui infatti il protagonista è un funambolo dell’identità, un ragazzo che corre più veloce del proprio destino e che sembra vivere di pura invenzione. Ma se Spielberg guardava al proprio eroe con uno sguardo nostalgico e affettuoso, Marty Supreme sceglie invece una via più irregolare, meno conciliata, rinunciando a qualsiasi pacificazione finale e lasciando affiorare crepe e ambiguità che Spielberg teneva ai margini.
In questo senso lo script — firmato da Josh Safdie insieme al sodale Ronald Bronstein — è intelligente nello sganciarsi da un percorso troppo prevedibile: quando sembra avviarsi verso una parabola programmatica, proprio come una pallina da ping-pong devia, sorprende, accoglie soluzioni narrative che rimettono tutto in discussione. Notevoli in tal senso sono alcune scene (quella del miele, quella della vasca da bagno, quella della pompa di benzina per citarne solo alcune) dove la narrazione deflagra, così come il senso che la sostiene. Creando in tal modo degli interstizi nella sua retta che ne incrinano la rassicurante linearità, e ne ribaltano la prospettiva.
Timothée Chalamet offre una prova notevole, probabilmente una delle più complesse e apprezzabili della sua carriera. Il suo Marty è magnetico, febbrile, capace di passare dalla leggerezza comica a una vulnerabilità quasi infantile nel giro della stessa scena. Chalamet lavora molto sul corpo e sul tempo comico, rispecchiandosi nella struttura stessa del film, fatta di accelerazioni, inciampi e improvvise perdite di equilibrio.
Notevole appare anche il personaggio interpretato da Abel Ferrara, gangster dalla presenza scura e carismatica, sorta di fantasma (del cinema americano) che entra nel film per destabilizzarlo, decostruirlo. Ogni sua apparizione lascia infatti un segno profondo, come se portasse con sé un’altra storia, un altro orizzonte, un’altra morale possibile. Più che un personaggio è una forza centrifuga, capace di spingere il film fuori dai propri confini.
Alcune sequenze restano impresse per forza iconica e l’incisività della messinscena: momenti in cui il film sembra restituire il proprio equilibrio fragile, costantemente sospeso tra commedia e tragedia, tra mito e disinganno. È in questi passaggi che Josh Safdie dimostra di sapersi emancipare dai modelli cui attinge, costruendo un’identità propria. Non privo di dispersioni, ma attraversato da energia autentica, Marty Supreme trova la propria forza nell’instabilità che lo abita. Un’opera che fa del gioco, del rischio e dell’invenzione non solo un tema, ma una postura, un modo di stare nel cinema e nel mondo.
Regia: Josh Safdie
con: Timothée Chalamet (Marty Mauser), Gwyneth Paltrow (Kay Stone), Odessa A’zion (Rachel Mizler),Abel Ferrara (Ėzra Miškin)
USA 2025
Durata: 150′
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