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LA GIOIA (Nicolangelo Gelormini)
L’analfabetismo sentimentale

Gioia è un’insegnante di francese in un liceo torinese. A quasi cinquant’anni, non ha mai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui ancora vive: una madre invadente e un padre assente, malato di Alzheimer. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio, un ragazzo svogliato tra i banchi che, concedendosi a donne mature e travestendosi in locali notturni, usa il proprio corpo per rimediare i soldi da dare a sua madre, cassiera in un supermercato ma dalle alte aspirazioni riguardo al tenore di vita. Tra Alessio e Gioia nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi. Ma il desiderio di un riscatto sociale e umano per Alessio è un veleno silenzioso che gli impedisce di farsi conquistare dalla dolcezza disarmante di Gioia…

Tratto dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori e ispirato al delitto di Gloria Rosboch, avvenuto nel 2016 nel Torinese, il secondo lungometraggio di Nicolangelo Gelormini (dopo il convincente esordio con Fortuna, 2020), la cui sceneggiatura ha vinto ex aequo il Premio Solinas 2021, è un’immersione avvolgente e perturbante nell’analfabetismo dei sentimenti, intorbiditi da un disagio che accomuna, su versanti diametralmente opposti, i due protagonisti: lui, Alessio, corroso da un esibizionismo imposto, deviato e nichilista; lei, Gioia, contratta in un immobilismo altrettanto repressivo, malsano e paralizzante. Se Saul Nanni incarna con personalità l’ambigua, affascinante spregiudicatezza di un ragazzo ‘pilotato’ dalla madre e da un suo amico coiffeur, entrambi disabitati dei più elementari codici morali, Valeria Golino, già protagonista dell’opera prima di Gelormini (in cabina di regia anche per un episodio della miniserie L’arte della gioia, diretta proprio dall’attrice napoletana), offre una prova attoriale di rara, sorda potenza, giocata tutta in sottrazione, fisica, gestuale e verbale. La sua insegnante di francese, dimessa e apatica, che adora Flaubert, marca nel volto, segnato da grandi occhiali, e nel corpo, annullato da vestiti ampi e anonimi, la dissociazione relazionale che la caratterizza.

Se lo sfrontato studente pratica l’amore con chiunque paghi bene, ma non ne conosce le premesse emotive e costitutive, l’inibita professoressa che gli dà ripetizioni a casa, invece, riconosce il pulsare del desiderio, ma non è mai andata oltre la lettura di Madame Bovary. Gioia, come Alessio, nasconde un urgente bisogno di tenerezza. Ma il vuoto cosmico che la inghiotte prolifera dai suoi stessi sogni di bambina mai cresciuta, con le bambole di pezza in camera da letto, con la sciarpa della Juventus al collo, seduta sul divano durante la partita in tivù, sulle note di Reality, da Il tempo delle mele, che fuoriescono da un videoclip d’antan.

Questo ‘campo d’azione’ dei due protagonisti (e, di conseguenza, la loro profilazione caratteriale) è messo a fuoco da una regia dalla ragguardevole cura formale, niente affatto fine a se stessa, bensì funzionale all’emersione di un’intera gamma di dicotomie: una relazione morbosa e tossica eppure limpida, sostenuta da confidenze intime, progetti di futuro, promesse condivise; l’attesa per una nuova vita, alimentata, però, da infantili illusioni; la strada per la sopravvivenza esistenziale, destinata, in realtà, alla completa autodistruzione. La rinuncia ad ogni spettacolarizzazione, nel racconto di una tragedia annunciata, è la lodevole cifra stilistica di un film che riesce a comunicare senza gridare: solo verso il finale La gioia esce dal binario di un’elegante, rigorosa compostezza, attraverso dialoghi che si fanno più artificiosi e sequenze maggiormente prevedibili. Ma, al di là di un visibile calo d’intensità, l’introduzione di personaggi, contesti e relazioni e la loro gestione drammaturgica, lungo tutto l’arco narrativo, resta eccellente. Con una progressiva perdita del controllo e uno scivolamento nell’avidità più bieca che, proprio per il lavoro sui ‘materiali’ cinematografici, e non solo per il rinnovarsi, sullo schermo, di una spregevole pagina di cronaca nera, arriva a coinvolgere, scuotere e ferire lo spettatore.

Regia: Nicolangelo Gelormini

Interpreti: Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella

Nazionalità: Italia, 2025

Durata 108’

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.

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