Philip Vandarpleog è un attore americano che vive a Tokyo da otto anni. Un tempo noto per il ruolo di un improbabile supereroe in una popolarissima pubblicità televisiva, oggi è un uomo alla deriva, senza soldi, senza certezze e in cerca di un senso da dare alla propria esistenza. Philip, infatti, passa da un’audizione all’altra e si ritrova a fare la semplice comparsa in eventi come matrimoni e funerali. La svolta arriva proprio durante un finto funerale, dove egli incontra Shinji, il carismatico responsabile di Rental Family, un’agenzia che ‘affitta’ attori per impersonare parenti o amici inesistenti nella vita di clienti soli o bisognosi di colmare un vuoto affettivo. Shinji lo scrittura, e da quel momento Philip si immerge in una serie di ruoli surreali…
Il rischio del sentimentalismo melenso era, fin dall’inizio, una delle trappole più insidiose per Rental family, in cui il senso di gratificazione nell’aiutare gli altri, avvertito dal protagonista assecondando le prerogative dell’agenzia di ‘famiglie a noleggio’ per cui lavora, e il conseguente, destabilizzante coinvolgimento individuale potevano senza dubbio spargere sull’intero impianto narrativo un velo eccessivamente zuccheroso e dolciastro. Alla prova del fatti, invece, quel rischio è apparso soltanto sfiorato. Nel film della nipponica Hikari, infatti, il rapporto di Philip con un uomo che ha solo bisogno di compagnia per giocare ai videogiochi (verso il quale egli si finge il suo migliore amico), con un anziano attore locale che sta scivolando nella demenza senile (per il quale si finge un giornalista) e, soprattutto, con una bambina sino-statunitense alla quale egli si presenta come il padre sempre assente per impegni all’estero, genera nello stesso protagonista (Brendan Fraser, ancora in un ruolo crepuscolare dopo The Whale), ben oltre la sua impeccabile professionalità attoriale, un’empatia tenera e fragile, un’emotività vulnerabile da cui scaturiscono malinconie, morbidezze e affetti sinceri.
A compensare lo stridore più larmoyant concorre non solo l’emersione dei dolori e delle nostalgie del passato, ma anche l’affiorare delle ansie e delle disillusioni del presente, in un avvicinamento non sempre armonico fra culture (quella orientale e quella occidentale) che richiama alla memoria sia un film recente come La piccola Amélie di Mailys Vallade e Liane-Cho Han (vissuto, però, da prospettiva adulta), sia operazioni analoghe come Ritrovarsi a Tokyo di Guillaume Senez e Un inverno in Corea di Koya Kamura, anch’essi incentrati sul rapporto, vero o presunto, tra un padre e una figlia, così come, su dinamiche afferenti, opere quali Viaggio in Giappone di Elise Girard, Una viaggiatrice a Seoul di Hong Sang-Soo, Spirit World di Eric Khoo. La critica sociale non è esattamente al centro dello sguardo di Hikari, anche se la descrizione della realtà nipponica attraverso il filtro deformante delle rental family (fenomeno reale e assai diffuso in tutto il Giappone) mostra i danni che una certa autoreclusione e una certa incomunicabilità hanno creato nei decenni nel Paese del Sol Levante. A interessare la regista e sceneggiatrice è invece il modus con cui disciplinare la reciproca conoscenza e convivenza, in questo caso tra nativi e stranieri, il confine tra realtà e finzione nella gestione delle relazioni, il cortocircuito rigenerante che si può determinare se il rapportarsi fra gli individui è improntato a grazia e delicatezza anziché a diffidenza e pregiudizio.
Classico feel-good movie (ben diverso, nei toni e nelle atmosfere, da un film aspro come Alps di Yorgos Lanthimos, impegnato sullo stesso tema), Rental family fa dunque della dimensione salvifica della curiosità umana il suo vero punto di forza. Senza ricattare emotivamente lo spettatore. Iniettando gocce di solidale, condivisibile smarrimento negli anfratti più nascosti del cuore.
Regia: Hikari
Interpreti: Brendan Fraser, Takehiro Hira, Mari Yamamoto, Akira Emoto
Nazionalità: Usa, Giappone, 2025
Durata 103′
