Nella bellezza selvaggia di un’isola posseduta da un ricchissimo marchese, l’arrivo di Elena segna l’inizio di una appassionata storia d’amore. Complicità e trasgressione, sesso e potere, in un film liberamente ispirato alla cronaca dell’Italia degli anni ’60 in cui il gioco erotico scivola nell’ossessione.
Con il suo terzo lungometraggio (scritto ancora una volta insieme a Gianni Romoli, dopo il precedente Non mi uccidere, 2021), Andrea De Sica torna a indagare il territorio a lui caro delle classi agiate, come sempre osservate nelle loro crepe, nelle loro derive e nelle forme devianti che il desiderio può assumere quando si sgancia da ogni limite. Il film si ispira al delitto Casati-Stampa, di cui ricalca dinamiche e snodi fondamentali: le analogie tra il marchese Lelio (interpretato da Filippo Timi) e sua moglie Elena (Jasmine Trinca) e le figure reali di Camillo Casati-Stampa e Anna Fallarino risultano evidenti tanto nella gestione della dimensione erotica quanto nell’escalation che conduce alla tragedia finale.
Tuttavia Gli occhi degli altri non si limita a una semplice trasposizione di cronaca. Il celebre delitto che sconvolse l’Italia alla fine del decennio del boom economico diventa piuttosto il punto di partenza per una riflessione più ampia sui rapporti di forza che attraversano tanto le relazioni di classe quanto quelle tra uomini e donne. È qui che il film stabilisce il proprio centro teorico: nel tentativo di interrogare il Desiderio come campo di tensione, come spazio in cui libertà e dominio si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Il rapporto tra i due protagonisti si configura progressivamente come una dinamica di controllo reciproco, in cui il piacere passa attraverso la mediazione dello sguardo, fino a trasformarsi in una malsana forma di possesso.
Il dispositivo del voyeurismo costituisce infatti il cuore del film. Lo sguardo — l’osservare e l’essere osservati — diventa il luogo in cui si manifesta e si consuma la relazione, ma anche il suo principio di deformazione. Non è più semplice apertura all’altro, bensì dispositivo che lo cattura, lo oggettiva, lo riduce a immagine disponibile. In questa prospettiva, De Sica mostra come il Desiderio, quando si affida esclusivamente alla dimensione scopica, del vedere deprivato dall’azione, perda la sua dimensione relazionale per trasformarsi in esercizio di potere. Gli occhi degli altri costruisce così una vera e propria economia dello sguardo: chi guarda detiene un potere, ma è al tempo stesso prigioniero di ciò che vede, vincolato a un diabolico circuito che si autoalimenta. Ed è proprio questa tensione — tra controllo e dipendenza — a corrodere progressivamente il rapporto tra i protagonisti, fino a distruggerne ogni possibile equilibrio.
A sostenere tale impianto interviene un lavoro formale di alta qualità. La fotografia di Gogo Bianchi costruisce un universo visivo elegante e controllato, nel quale la luce contribuisce a definire tanto l’atmosfera quanto la psicologia dei personaggi. Allo stesso modo, i costumi di Massimo Cantini Parrini restituiscono con precisione il contesto storico e quello sociale di appartenenza, diventando parte integrante della caratterizzazione e della messa in scena del Potere. È in questa cura per l’immagine che il film trova alcuni dei suoi momenti più riusciti, riuscendo a tradurre visivamente quella dimensione di attrazione e repulsione che attraversa il racconto.
Non allo stesso livello risulta invece il lavoro sugli attori. Se l’impianto teorico e visivo appare chiaro, le interpretazioni non sempre riescono a sostenerne la complessità. Ne deriva una certa opacità emotiva che indebolisce l’impatto delle dinamiche relazionali, proprio dove il film dovrebbe trovare la propria massima intensità.
Gli occhi degli altri resta così un’opera affascinante ma incompiuta, sospesa tra un’ evidente ambizione teorica e una realizzazione che non sempre riesce a tradurla con pari efficacia. Eppure, nella centralità attribuita allo sguardo come luogo di potere e degradazione, il film intercetta un nodo cruciale: quello di un Desiderio che, laddove si separa dalla relazione, si trasforma in dispositivo distruttivo. È in questa tensione — tra intuizione e compimento — che l’opera di De Sica trova la propria ragione d’interesse.
Regia: Andrea De Sica
Interpreti: Filippo Timi, Jasmine Trinca
Origine: Italia, 2025
Durata: 100’
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