Los Domingos sarà presentato in anteprima MetaCinema ACEC giovedì 16 aprile 2026!
Nel cinema come nella realtà l’annuncio di una vocazione non ha mai messo d’accordo tutti, perché le scelte intense, determinate, solide e soprattutto spiccatamente anticonformiste non possono quasi mai generare una neutralità di partenza. Recentemente il film Los domingos (2025) reduce dalla vittoria di sei premi Goya è riuscito nell’ardua impresa di raccontare quanto il discernimento e la scelta a cui esso conduce possa mettere a repentaglio equilibri apparentemente solidi di una famiglia, e i suoi cerchi concentrici, dove ciascuno si sente legittimato a commentare, giudicare, intervenire e attivare delle azioni a sostegno oppure oppositive alla scelta manifestata. Nessuno stupore in tal senso soprattutto dove a comunicarlo è una ragazza ancora minorenne, Ainara interpretata da Blanca Soroa, orfana di madre e in procinto di scegliere gli studi del futuro.
La regista e sceneggiatrice spagnola Alauda Ruiz de Azúa, già miglior regista esordiente ai Goya 2023 per Lullaby e riconfermata nel suo talento anche nella serie Querer dell’anno successivo, è un’investigatrice eccellente tra virtù e ambiguità dell’istituzione familiare che con il maggior contenimento possibile del giudizio ricerca in tutte le sue opere di lasciare libero lo spettatore di esaminare le parti in causa, le loro ragioni e prospettive, credenze e valori. In particolare, si sofferma sugli effetti che questa inevitabile pressione ha sulla persona al centro di tale uragano familiare come per la protagonista alle prese con il parere del padre, della zia (quasi una seconda mamma), della nonna, del rumore di fondo delle sorelle, delle amiche e della nuova compagna del padre. Lo sguardo della regista illumina a giorno le posture anche del direttore spirituale che preferisce dichiararsi come “accompagnatore” perché si pone accanto alla ragazza e da lei anche impara. Ritroviamo una coerenza in questa definizione anche nelle sequenze a lui dedicate, forse meno nelle due suore coinvolte in questo avvicinamento vocazionale, che si esprimono con frasi sigillate e criptiche che aprono a un lessico più di sistema.
Los domingos appare chiaramente come un film che non ha l’obiettivo di piacere o meno alla Chiesa o di metterla in buona o cattiva luce, quanto piuttosto di accomodarsi nel gravoso compito di smascherare come una scelta vocazionale possa smuovere tanti altri processi paralleli che mettono a nudo la fragilità di alcune relazioni familiari. La sensazione è che Ainara, oltre la sua scelta tutta da scoprire, sia una ragazza che ha ancora molta strada davanti a sé e che la verità sia rimasta fuori dal convento.
Conversiamo del film e delle sue architetture come d’abitudine con don Elio Girotto, prete della diocesi di Treviso gestore della sala della comunità “Busan” di Mogliano Veneto e delegato ACEC Triveneta.
LA CONVERSAZIONE SU LOS DOMINGOS
Prevedello – Alauda Ruiz de Azúa é una spina nel fianco come autrice. Tra sceneggiatura e regia blinda i suoi film da ogni interpretazione granitica. “Lullaby”, la serie “Querer” e ora “Los domingos” sfuggono ai recinti stretti delle analisi frettolose, delle prese di posizione divisive. Impera progressivamente una sempre maggiore ambiguità nella costruzione dei personaggi e delle loro scelte. In questo discernimento ricco di chiaroscuri ritorna ossessivamente la donna nei passaggi angusti della vita e la famiglia da cui allontanarsi o a cui tornare. Prevale uno sguardo complesso sulle situazioni, sui funzionamenti delle persone e sulle convenzioni sociali per approdare a riflessioni mai sociologiche. Un maternage infernale unito alla separazione materna, un prolungato abuso psicologico da parte di un marito che viene a galla per vie legali e un “innamoramento” vocazionale che fa più danni domestici di un terremoto: con mano sicura Ruiz de Azúa si muove disinvolta in tre contesti che sa ambientare con credibilità dimostrando uno studio approfondito previo alla scrittura. Come prete hai avuto anche tu questa impressione per “Los domingos”?
Girotto – Ho iniziato a veder il film con in testa il trailer che mostrava la volontà di questa ragazza di frequentare un convento di monache di clausura e il disappunto della famiglia. Niente di più. Il film invece mi ha turbato profondamente perché alla fine si rimane spiazzati da un fiume di domande che ogni singola scelta dei protagonisti suscita in chi si immedesima nella storia. Ciascuno ha la sua verità, sia che questa possa essere una scelta di vita sia possa semplicemente consistere nello scoprire dov’è lo shampoo per lavare un bambino che non può aspettare … ma c’è un confronto ancora più ardito che vorrei fare…
Prevedello – Ardito concesso!
Girotto – Le affermazioni di Ainara, della suora e del prete riguardo “la vocazione” a volte sono così fastidiose e ripetitive nel loro contenuto che ricordano la petulanza di Lucia nei Promessi sposi. Si dice che il Manzoni volutamente rende antipatica Lucia al lettore facendogli pronunciare frasi povere, remissive, arrendevoli che fanno infuriare non solo Renzo ma anche chi, appunto, legge la loro storia. In Los domingos il rimando continuo alla “volontà di Dio, di Gesù”, al “dipende tutto dal Signore” per finire con “il bisogna fidarsi di Lui” (questo di fatto è il senso di tutto quello che il sacerdote e la suora dicono alla ragazza) rende ad un certo punto fastidiosa la narrazione e ci si chiede se non si possa andare oltre, dire qualcosa di più, anche solo leggendo e commentando seriamente qualche pagina di vangelo, per esempio! C’è un momento in cui il discorso si fa da proclamatorio a personale ed è quello del primo confronto serio con la zia Maite che spiega il suo pensiero ad Ainara che risponde cercando di spiegare il suo, un po’ evanescente ma comunque di una certa levatura. Un po’ come Lucia ha il guizzo di dire all’Innominato che “Dio perdona tante cose per un opera di misericordia”. Ma successivamente le argomentazioni si fanno deboli e povere, “stanche” come le reti di Troisi ne “Il postino”. Il gioco che Ainara fa con il gruppo di compagni di classe in cui lei è bendata e si fa guidare dalle loro voci è una classica attività dei gruppi parrocchiali che porta a ragionare sulla fiducia da riporre in chi ci circonda. L’affermazione però affrettata del sacerdote che “bisogna fidarsi di Dio” declassa il valore stesso del gioco, spiegando e quindi imponendo un significato e impedendo a ciascuno di comprendere, passo dopo passo, cosa significa la parola fiducia.
Prevedello – La giornalista Raquel Peláez ha scritto su El País che molti credenti hanno detto che il film è una buona rappresentazione della fede e altrettanti non credenti hanno detto lo stesso, ma rispetto a quanto la chiesa possa essere terribile. Ugualmente ha rilevato come a tanti la madre superiora sia apparsa dispotica e ad altri una figura ricca di prudenza. Poi vorrei dirti con la stessa schiettezza come l’ho vissuta io, ma prima vorrei aggiungere una riflessione proprio della regista seguita a queste provocazioni di Peláez su queste percezioni così contrapposte. Ruiz de Azúa, prima di tutto come sceneggiatrice, ha cercato come fa di solito di inserire codici e schemi che si ripetono in un determinato contesto che inevitabilmente si trascinano anche un lessico. É come se la regista ci mettesse sulle tracce dei “sintagmi” della Chiesa e per alcuni profumano e per altri puzzano, anche tra i credenti ovviamente perché ognuno si porta in sala il proprio vissuto. Ruiz de Azúa ritiene che la priora sia un volto inevitabilmente di una “macchina religiosa”, di un sistema che potrebbe, sì potrebbe, approfittare della vulnerabilità della giovane. Al contempo la regista ammette che tutto ciò, al netto di questo rischio, non toglierebbe comunque verità ad un sentimento di fede. Insomma ancora una volta questa fine autrice ci costringe come spettatori a stare in un prisma di prospettive senza ingenuità. Con la consapevolezza che, come fa sempre nei suoi film e serie, c’è un elemento scatenante che come un domino fa crollare tutta una serie di altre tessere di quel sistema famiglia più precario di quanto si voglia far vedere o ammettere. E, complessità non da poco, Ruiz de Azúa impasta tutto assieme come succede nella vita quando le nostre umanità imperfette e fragili mischiano tutto in modo proprio adolescenziale, anche se già adulti all’anagrafe, senza le dovute distinzioni. Rispetto all’essere più spesso piccole persone ci si specchia fin troppo nelle sue opere.
Girotto – La questione rimane seria, nel senso che Ruiz de Azùa non banalizza nulla. Il sentimento che Ainara ha nel cuore è verace, autentico. E la scelta di entrare in convento non viene assolutamente stigmatizzata. Il problema è il percorso “facilitato” che viene proposto ad Ainara, caratterizzato da una fretta e una semplificazione che sanno inevitabilmente di una certa fame vocazionale, tipica oggi di molte realtà religiose che rischiano di implodere per l’esiguità delle forze. Quando le monache assieme alla nostra giovanissima aspirante pregano, con la presenza fuori dal coro della zia e del papà, cantano un salmo molto duro e difficile che parla di combattere e distruggere i nemici che non credono in Dio. Ainara lo canta con un sorriso e una felicità che non comprende, non può comprendere, la complessità di quella preghiera che prima di affrontare ogni percorso di consacrazione andrebbe quantomeno studiata e approfondita. Ma la superiora, negando la possibilità che Ainara possa fare un percorso esterno di studio accademico si vanta pure che una (!!!) delle sorelle studia teologia, quasi a sottolineare come lo studio non sia necessario a tutte per affrontare una scelta e una vita complessa come quella della clausura. Certo la superiora in questa vicenda non è l’unica birichina, nessuno può scagliare la prima pietra. Eppure la sua figura, pur se sorridente, forse troppo sorridente e calma, sembra nascondere altro. Non credi?
Prevedello – Personalmente ho recepito la figura della madre superiora con la lente della zia, la co-protagonista più scettica sulla vicenda vocazionale ma anche il familiare che più è attento a cosa si muove nell’esistenza di Ainara. Pronta ad ascoltarla e a metterla in cima alle sue priorità Maite pecca di un solo vizio: non ammette che qualcosa possa sfuggire al prontuario laico con cui legge la vita e che pur professandosi rispettoso alla prova dei fatti si trova, come tutti, in difficoltà a riconfermare questo principio. Al netto di ciò e delle dinamiche invasive che questo approccio genera nei confronti della nipote, vedo comunque sana la sua preoccupazione per la fame vocazionale del convento e del loro accettare incondizionato quanto “leggero” la predisposizione di Ainara. A monte c’è una madre mancata molto devota (la catenina è assunta a simbolo di un panorama materno non approfondito ma stigmatizzato da nonna e zia come follia), un padre proiettato su investimenti troppo sfidanti, due sorelline piccole che chiedono attenzione e cura e un’adolescenza pressante che la pone di fronte a nuove scoperte talvolta indotte più dalle amiche che dal suo orologio. Il desiderio di “farsi da parte” come possibilità di sfuggire a tutta questa complessità esiste eccome e la priora sembra pronta a minimizzare continuamente questo scenario rimandando tutto a Dio e al suo sogno su di noi. In realtà sappiamo che ogni materiale umano non processato produce frutti irrisolti e, quindi, per tornare alla zia, la sua preoccupazione è più che legittima e quella vocazione rischia di avere il fiato corto, di non rappresentare un vero progetto di vita vagliato con la giusta prudenza, calma e attenzione. La priora ribadisce che anche lei ha lasciato un ragazzo fuori dal convento, ma questo basta a mettere a tacere l’affettività in progress di Ainara?
Girotto – Punto molto dolente…
Prevedello – La priora mi ha lasciato, come ad altri ma anche ad altri no, una sensazione di poca fiducia. Nella commedia “Il bene comune” di R. Papaleo c’è un altro gioco sulla fiducia che pure si fa spesso nei gruppi parrocchiali e in tal senso non so se mi lascerei cadere all’indietro tra le braccia della priora. C’è qualcosa di sottaciuto nel suo agire che mi procura una sensazione di allerta. Se da una parte zia Maite sbaglia a decretare che non esiste nessuna chiamata, nessun sogno, nessun amore di Dio, dall’altra parte la priora solo apparentemente non sbaglia perché non affronta, non lascia spazio ad alternative, ad approfondimenti, ma incassa invece il sì della ragazza. Quale atteggiamento è davvero più pericoloso? Il sostituirsi ad Ainara della zia disperata e arrabbiata per una serie di motivi che confluiscono in un unico calderone – la chiesa che le frega la nipote e il fratello che le frega l’eredità sono due volti della stessa medaglia? -, nel giudicare la realtà di fronte all’atteggiamento angelico della priora appare come una vera e propria dittatura da cui smarcarsi anche con arroganza (“pregherò per te”), ma les jeux sont faits solo perché finisce il film. E brava la regista che lascia spazio davvero ad un nutrito dibattito. Fuori dallo schermo quella storia vocazionale puzzerebbe eccome e quel fetore entrerebbe anche in convento. In definitiva per me “Los domingos” illumina perfettamente alcuni rischi della “macchina religiosa”, per rimanere al lessico usato sopra, abbinati sapientemente ad alcune modalità problematiche attinenti ai contesti familiari. Di certo qualcuno si accorge che manca una persona nel coro, un’assenza rumorosa nel cuore di un giovane rimasto “interrotto” e quello sguardo mi sembra la cosa più sana e più consona all’adolescenza di questo film. Un’assenza troppo precoce? La priora direbbe beatamente “chi può dirlo?”. Nessuno, ma…
Girotto – Il pianto di Ainara alla fine del funerale della nonna meriterebbe un intero convegno: di cosa non ne può più? Cos’è che le manca veramente? La regista sembra lasciarci questo pianto disperato come dono da comprendere ma che per esserlo veramente necessita davvero di attenzione e cura. Ciascuno di noi qui può dire qualcosa.
Prevedello – Si, assistiamo come il padre e la zia inermi alla sua dichiarazione di sfinimento, di richiesta di una parola da colui che definisce il “Padre mio”. Prima è disperata, quel tanto che ci basterebbe per prenotare una lunga terapia, sembra in totale burnout e poi di colpo sembra aver ricevuto quello che desiderava. Entriamo nel campo del mistero, sia della fede sia della patologia e il confine non è per niente nitido. Di certo l’adolescenza si caratterizza per sbalzi impressionanti e la vocazione chiede una costanza di altro tenore e quindi torniamo a quel futuro che rimane fuori dal film. Per me la sua vocazione si consolida quando accanto alle sorelline ascolta l’ultimo litigio tra il padre e la zia sui temi economici e molto altro. Nel suo volto che ha stranamente un piglio lieve leggiamo quasi il sottotesto “non è più un mio problema”. La vocazione forse è anche questo? Difendersi? Tutelarsi da altro che soffoca, opprime? In fondo Dio è una culla, un utero calmo a cui donarsi e ritrovare pace. Una lettura scomoda che potrebbe deludere dei puristi della vocazione, ma il film la induce assieme a tante altre. Ad ognuno la sua.
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