Dust di Tsai Ming Liang è un film magnifico, ma quasi insostenibile: neppure una parola, una trama praticamente inesistente, una prova di resistenza per lo spettatore, ma anche, in fondo, una inestimabile poesia e una fotografia perfetta.
I monaci buddisti hanno una pratica ascetica che consiste nel camminare lentissimamente, muovendo i piedi a una velocità quasi impercettibile e spostando il peso del corpo su uno e sull’altro. Tutto ciò richiede una concentrazione massima e un estraniamento dal mondo circostante. A partire da qui, il regista ha costruito una serie di film in cui un attore interpreta proprio questo monaco che attraversa le città del mondo, in questo modo del tutto inattuale che configge con la frenesia del presente. E così vediamo quella macchia arancione spostarsi tra architetture avveniristiche, sculture, strade affollate, campi aperti, persino tra gli spettatori di un caotico concerto rock o sulla riva di un mare in tempesta.
Ma qui c’è di più. Perché all’inizio vediamo di spalle una donna su una spiaggia di fronte al mare agitato, con un poncho nero che allude a una disperazione sconosciuta allo spettatore. Solo dopo le inquadrature iniziano a seguire il monaco, a farne percepire il tempo dilatato, a mostrarne la contraddizione rispetto alla percezione del tempo delle altre persone. E quella donna ricompare di tanto in tanto, mentre beve l’acqua, guarda fuori dalla finestra. Silenzio, lentezza, stasi. Finché nel finale una canzone imprevista offre una chiave di lettura: un amore finito senza ragione, un addio, una distanza. E allora l’immagine del monaco e la lentezza estrema sono un tentativo di ricostruzione o anche il dilagare del tempo come uno stato di depressione, con la vita che faticosamente ritrova la sua strada. E tutto questo è percepito e mai detto, con lo stupore e la meraviglia alla quale solo la pura poesia può condurre.
Ma quel monaco, lentissimo, è anche un manifesto di poetica per un regista come Tsai Ming Liang che ha fatto della lentezza, delle inquadrature fisse, del silenzio, dell’insistenza su un dettaglio, dello spazio della meditazione al di fuori del mondo la sua cifra.
Vale la pena pensare di proporre un film come questo in una rassegna? La risposta più naturale è no. Troppo lontane le nostre abitudini visive da questi tempi, troppo rischioso da proporre a spettatori che probabilmente precipiterebbero in un sonno profondo. Eppure, forse, qualcuno ha il coraggio di osare, qualcuno crede di poter contare su spettatori autenticamente cinefili, capaci di apprezzare un’operazione del genere. Perché il cinema è anche questo, è anche altro da ciò che siamo abituati a vedere, è anche una proposta alternativa, non solo di visione, ma anche di percezione del mondo. Nei Festival siamo abituati ad apprezzare film così, che ci sfidano, ci fanno riflettere, ci restano stampati nella memoria poi per anni, e forse è giusto che chi non ha l’occasione di parteciparvi possa vederli. Chissà, magari qualcuno protesterà, si lamenterà, altri invece lo vedranno come un’epifania inaspettata. Insomma, non proponetelo in una rassegna, ma se deciderete di farlo, perché riterrete il vostro pubblico pronto per un film senza parole e quasi senza trama, farete un regalo indimenticabile ai vostri spettatori.
Del resto, negli anni, abbiamo imparato a conoscere alla Mostra del Cinema i film dell’estremo oriente, abbiamo compreso che il ritmo della loro visione è completamente diverso dal nostro, ne siamo rimasti affascinati, abbiamo cominciato a riconoscere dei grandi maestri del cinema, anche in virtù di questa distanza nella percezione del tempo. Negli anni quel cinema si è in qualche modo occidentalizzato: è rimasta la violenza di molte pellicole coreane, il cinema cinese ha introiettato i ritmi della contemporaneità, altre cinematografie hanno preferito un tono onirico e fiabesco. Qui resta quella purezza di un tempo, nell’intransigenza del regista malese, nell’oltranza di uno sguardo che non accetta compromessi. Siamo ancora in tempo a conoscere e a far conoscere un mondo totalmente diverso dal nostro, vogliamo provarci?







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