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I COLORI DEL TEMPO (Cédric Klapisch)
L’arte che si fa vita

Una vecchia casa in rovina, collocata, nel verde della Normandia, in un’area dove dovrebbe sorgere un grande centro commerciale. Ma a decidere se vendere quella casa e far partire il faraonico progetto sono una trentina di membri della stessa famiglia, tutti discendenti da un’unica donna, Adèle Meunier, la proprietaria della casa abbandonata da quasi un secolo, che alla fine dell’Ottocento, a poco più di vent’anni, si era recata a Parigi per cercare la madre che l’aveva abbandonata a pochi mesi dalla nascita. Proseguendo nell’esplorazione che da sempre anima il suo cinema, il rapporto tra un singolo individuo e un gruppo di persone, in questo caso, in particolare, quattro cugini sconosciuti gli uni agli altri, Cédric Klapisch con I colori del tempo, in nome della solidarietà fra gli esseri umani, aggiunge un altro prezioso tassello alla sua ricca filmografia. Incrociando due piani temporali, la contemporaneità e il 1895, sospinto dalla nostalgia per un’epoca forse irripetibile e sorretto da una dimensione sognante e avvolgente, il nuovo lungometraggio del regista de L’appartamento spagnolo mette a contatto generazioni diverse ma accomunate dallo stesso desiderio di riconciliazione. L’incursione vivida e luminosa nel cuore della Belle Époque, fra pittori impressionisti e geniali fotografi, le taverne di Montmartre e i salotti borghesi, trova il suo apice in un trip psichedelico che congiunge il presente al passato, evocando le atmosfere oniriche di Midnight in Paris di Woody Allen (ambientato solo un po’ più avanti, negli anni Venti). Ma tutto il film di Klapisch, in cui una ragazza, ieri, intendeva conoscere chi l’aveva messa al mondo, proprio come i suoi eredi, oggi, vogliono scoprire chi sia stata la loro antenata, pulsa di queste intime correspondences: l’arte si fa vita, la vita influenza l’arte, in un cortocircuito palpitante che una sceneggiatura accurata, le scelte di regia vellutate ma mai leziose e le interpretazioni convincenti dell’intero cast (con Suzanne Lindon sugli scudi) assecondano con dedizione e fascino. Perché La venue de l’avenir, ossia, traducendo il titolo originale, “l’arrivo del futuro”, non può che passare dalla consapevolezza delle proprie radici, da ciò che siamo stati in un tempo lontano.

 

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.