In Francia oggi sono circa 35 le maison des femmes nate sul modello originario di Saint Denis a cui si ispira il film di finzione di Melisa Godet al cinema dal 29 ottobre, distribuito da Satine Film. Riuscire a sopravvivere come donne alle violenze domestiche, agli stupri e alle mutilazioni subite è l’obiettivo dell’accompagnamento clinico fornito dai professionisti della struttura, nonché anime di un film corale intenso e sincero, senza che gli abusi però il tema delle inquadrature impegnate a scandagliare la ricostruzione della persona.
Lo sguardo interpellato
Prima di chiedere, indegnamente e ingenuamente, alle donne di perdonare, bisognerebbe offrire loro la possibilità di depositare in un luogo sicuro e adeguato, competente e strutturato la rabbia, il dolore, la sofferenza fisica, il trauma, la necessità di ricostruzioni chirurgiche, i bisogni anche economici di un futuro incerto e oppresso. Parte da questo orizzonte rovesciato il racconto scritto e diretto da Godet, poco più che quarant’anni, che tenta di smascherare fin subito il flusso delle dinamiche troppo stereotipate che si annidano attorno alle violenze di genere.
Perché ad un ragazzo – racconta una donna in un gruppo di condivisione – che finisce sotto un camion, non gli si chiede cosa ci faceva lì. Questa domanda che arriva come una sberla educata allo spettatore lo pone in una postura sulla poltrona tutta decidere. Si parte per un viaggio vero nella realtà e concettualmente sofisticato nella sua trattazione: te la senti?
Il paesaggio dell’anima di La maison des femmes
La maison des femmes è un’opera mai celebrativa o compilativa che mette in scena una best practice francese con tutti gli attori del processo di “avere cura” e del contesto territoriale – Saint-Denis è la prova delle prove – con tutte le montagne russe istituzionali come la mancanza di fondi e i controlli statali, ma anche quelle epocali come la Pandemia di Covid19 che ha segregato in casa le vittime con i loro aguzzini, talvolta in modo irrimediabilmente definitivo fino alla morte. Dentro a questo paesaggio si muovono le tante professioniste con ruoli diversi negli ambulatori clinici, nelle sessioni di ascolto non giudicante a tanti livelli, ma anche laboratori artistici o di arti marziali. In primis troviamo la bravissima Karin Viard nei panni della direttrice, nella realtà la fondatrice Ghada Hatem-Gantzer, ginecologa e ostetrica. 
Sono professioniste emancipate, ma anche colleghe che si confrontano e alla fin fine anche amiche di generazioni plurime che si sostengono nelle sfide casa-lavoro: i paradigmi che si intersecano in queste relazioni sono, quindi, numerosi e variegati e insieme collaborano a costruire un film fresco e pienamente ancorato alle battaglie odierne anche in termini di lessico e riflessioni.
Accanto a loro due maschi indubbiamente in de-costruzione che partecipano al lavoro amministrativo e clinico portando anche la loro testimonianza, come uomini, alle ragioni delle donne. Sono persone in apprendimento anche delle giuste posture a cui non serve un bollino di femminismo, ma l’umiltà di lasciarsi anche correggere ove necessario dentro ad una complicità davvero ironica e anche sensuale. C’è tanta verità in queste scene che ragionano sulla qualità della loro presenza maschile che quasi si sente bussare la vita che ci attende fuori dal cinema.
La regista dimostra un amore per il suo racconto sufficiente a farla scomparire dietro a tutti loro e al grande alveo delle vittime, sempre rispettate e accarezzate anche nella scelta delle inquadrature, anche quando provano a guardare allo specchio la propria vagina per la prima volta, quando toccano un modello anatomico per capire le mutilazioni subite e quindi le assenze che si cercherà di ricostruire anche nell’ottica di un piacere inevaso, quando provano a ritruccarsi o lasciarsi fotografare da una professionista che poi alla fine significa essere guardate senza istinto predatorio.
I legami di La maison des femmes
Le donne in stato di vulnerabilità sono al centro di un’attenzione cinematografica molto sostenuta e sempre più esigente e soprattutto slegata da costrutti fuori tempo massimo o segnati da una implicita supremazia maschile. Giovani madri dei fratelli Dardenne partecipa, a suo modo, a questo tipo di prospettiva anche se parte dall’esperienza della maternità.
Se domani non torno di Paola Randi, attraverso la sorte di Giulia Cecchettin e il percorso della sua famiglia, riflette nella seconda parte dell’opera in maniera rispettosa e intelligente sul lavoro comunitario che siamo chiamati a vivere senza ulteriori deresponsabilizzazioni ad ogni livello sul tema del patriarcato e dell’educazione affettiva.
Il caso Marie-Claire (Bim, in uscita il 10 dicembre) di Lauriane Escaffre, Yvo Muller aiuta a guardare anche indietro – siamo in Francia nel ’72 – per ricordarci quanto sia stato necessario uscire allo scoperto, battersi in tante aule di tribunale, metterci un volto non per lo stigma ma per far uscire allo scoperto questa vulnerabilità, da cui siamo partiti, sulla quale si sono accomodati secoli di privilegi e possessi maschili. Prima di chiedere alle donne di perdonare o di essere addirittura processate, inquadrate senza commentare l’abuso e il suo trauma e riconoscete il reato di chi ha oltrepassato il limite. Il cinema lo sta facendo!








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