Ambientato nell’Ucraina occupata dai nazisti, La stanza di Mariana segue la storia di Hugo, bambino ebreo nascosto dalla madre in una stanza segreta all’interno di un appartamento parigino. A vegliare su di lui c’è Mariana, giovane donna cristiana che accetta di proteggerlo mentre fuori il mondo si sfalda. La stanza diventa rifugio, prigione, spazio mentale in cui il tempo si dilata e l’infanzia viene forzatamente compressa. Attraverso lo sguardo del bambino, il film racconta l’attesa, la paura e una forma di relazione che nasce nel silenzio, nella prossimità obbligata, nel ribaltamento del destino e che si trasforma in protezione reciproca.
Al suo decimo lungometraggio di finzione, Emmanuel Finkiel torna ad affrontare uno dei territori più frequentati – e più insidiosi – del cinema europeo, quello della Shoah e dell’infanzia nascosta, evitando però qualsiasi deriva illustrativa o consolatoria. In tal senso viene adottata la sottrazione come gesto etico ancor prima che estetico. Ispirato al romanzo semi-autobiografico di Aharon Appelfeld, Fiori nelle tenebre, La stanza di Mariana non è, di fatto, un film “sull’Olocausto” in senso canonico, ma un film sulla percezione, su cosa significhi crescere in uno spazio chiuso avendo come unico orizzonte possibile un altro corpo, adulto ed estraneo. La messa in scena è rigorosa, quasi ascetica, e lavora per compressione: pochi ambienti, gesti ripetuti, suoni filtrati. Tranne che per alcune sequenze di forte impatto emotivo, la Storia e i suoi orrori restano spesso fuori campo, come rumori costanti che oltrepassano le pareti. Il dispositivo più interessante del film è proprio lo sguardo infantile mai “infantilizzato”. Hugo – interpretato dal prodigioso Artem Kyryk – non è un simbolo, non è un’idea astratta di innocenza violata: è un corpo che osserva, desidera, fraintende. In questo senso, il rapporto con Mariana (la sempre brava Melanie Thierry) è il vero cuore problematico del film. Finkiel lo costruisce con estrema cautela, muovendosi su una linea sottile tra protezione, dipendenza e ambiguità affettiva. Non c’è mai compiacimento, né volontà di scandalizzare; c’è piuttosto il tentativo, rischioso ma onesto, di interrogare ciò che la guerra produce nelle relazioni umane quando ogni confine – morale, emotivo, identitario – viene turbato, sconvolto, financo cancellato con la forza. La regia si affida molto ai corpi e ai tempi morti, alla ripetizione come forma di trauma. È un cinema che chiede allo spettatore di restare, di abitare quella stanza insieme ai personaggi, accettando una certa scomodità, condividendo il senso di claustrofobia che ne deriva. La stanza di Mariana non cerca l’empatia facile, ma una partecipazione più profonda e inquieta, che continua a lavorare anche dopo la fine del film. Ed è proprio in questa sua ostinata discrezione che risiede il suo valore.
Regia: Emmanuel Finkiel
Cast: Artem Kyryk, Melanie Thierry
Durata: 131’
Francia/Israele/Ungheria/Belgio 2025
