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LO SCURU (Giuseppe William Lombardo)
Una Sicilia arcaica e perturbante

Raz è un giovane tormentato dagli incubi e dal peso di una diagnosi di schizofrenia. Alla ricerca di risposte ai propri dubbi, torna nella sua terra d’origine, la Sicilia, per superare antichi dolori inseguendo il senso di un passato che continua a gravare su di lui. In un’isola ancestrale, dominata da credenze e superstizioni, tutto sembra custodire le tracce di misteri che non smettono di ardere, tra le ombre e i fantasmi che popolano case, luoghi e ricordi. Nel suo cammino di riscoperta di sé Raz riabbraccia la madre Teresa, prigioniera di un disagio mentale forse collegato a quello del figlio, ma ritrova anche padre Manfredi, il sacerdote della propria travagliata infanzia, e Nitto, figura ambigua che oscilla tra l’istinto protettivo e l’allontanamento depistante…

Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Orazio Labbate, il debutto cinematografico di Giuseppe William Lombardo (classe 1994) traspone sul grande schermo l’universo visionario e inquieto che infiamma il testo di partenza, in una Sicilia arcaica, gotica e perturbante, sospesa tra fede e superstizione, eros e thanatos, nella quale il confine tra i vivi e i morti sembra dissolversi in una bolla senza tempo, cupa e angosciosa. Lo Scuru è un viaggio interiore, un percorso à rebours alle radici identitarie e al respiro ansioso di una terra (la vera protagonista del romanzo e del film) in cui sacro e magico, devozione e spiritismo, convivono da sempre e nella quale, in un impasto magmatico di ritualità liturgica ed esoterismo primitivo, mondo visibile e invisibile si accavallano senza sosta.

Nei richiami allarmati della nonna, benché defunta, che agitano i pensieri di Raz, nei fremiti della madre e nelle sue parole sconnesse, che egli cerca faticosamente di interpretare, nelle sospette rassicurazioni di Nitto, che il giovane accoglie via via con progressiva titubanza, nelle stesse crepe che si producono misteriosamente sugli specchi al solo alzare lo sguardo di Raz verso di essi (cortocircuiti febbrili che, in flashback, arretrano la memoria nel passato) traspare il rovente verticalismo tra cielo e terra, quella ‘zona fluida’ che separa e unisce aldiquà e aldilà. Uno sconfinamento continuo, visualizzato dalla macchina da presa di Lombardo in una pregevole alternanza tra primi e primissimi piani e campi lunghi e lunghissimi, con incursioni palpitanti in anfratti cavernosi e dilatazioni a perdita d’occhio degli spazi naturali.

Se l’immersione nel buio più totale (della psiche, ma anche delle coscienze) mira catarticamente all’emersione in piena luce di corpo e spirito, i segni, i simboli e le metafore che la regia di Lombardo introduce, esaltati da un montaggio talvolta quasi subliminale ed enfatizzati da un sound design che accentua lo stridore di suoni, parole e rumori, costituiscono il ricco repertorio sensoriale messo in campo dal regista palermitano, intenzionato, senza compromessi, a ‘personalizzare’ il racconto. Dal punto di vista strettamente estetico, l’uso ‘esistenziale’ del b/n si rivela scelta quanto mai apprezzabile, tanto più che l’intera gamma registica appare sostenuta da una buona padronanza delle modalità di ripresa. A minare tale, rimarchevole sforzo autoriale, nonché attoriale (efficace, sotto il profilo interpretativo, la prova dell’intero cast), è però, a monte, la stesura di uno script privo degli adeguati ancoraggi drammaturgici e dei nessi causa-effetto, pur all’interno di una storia di frammentazione psicologica consapevole della sua dimensione caleidoscopica. Nel riverberare i distorti orizzonti percettivi del suo protagonista, infatti, Lo Scuro arriva a lanciarsi senza paracadute in dinamiche spesso poco sorvegliate, inanellando, nella giostra macabra dei rapporti incrociati, un intero campionario di situazioni-limite. Assottigliando pericolosamente il filo dell’implausibilità, del tutto accettabile in una partenza tesa e quasi rabdomantica, ma a rischio saturazione, ben prima dei titoli di coda, nella sua insistita, incessante reiterazione.

Regia: Giuseppe William Lombardo

Interpreti: Fabrizio Falco, Fabrizio Ferracane, Simona Malato, Vincenzo Pirrotta

Nazionalità: Italia, 2025

Durata 107’

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.

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