Agnes è una studentessa universitaria che vive in una fredda cittadina del New England. Capace e brillante, quando subisce una molestia da parte del tutor incaricato di seguirla per la tesi, persona da lei stimata e ritenuta fidata, vede il suo mondo andare in frantumi, ma tutto avviene senza clamore, quasi in punta di piedi. Ci vorrebbe tempo per superare un evento così traumatico, ma la vita va avanti e Agnes diventa una giovane docente dello stesso ateneo in cui si è laureata, rilevando la cattedra dell’insegnante che ha abusato di lei e occupandone lo stesso ufficio in dipartimento. Solo trovando la forza di elaborare l’accaduto e grazie al solido e sincero supporto dell’amica di sempre, Lydie, Agnes potrà trovare la chiave per rinascere…
Suddivisa in cinque capitoli (“Un anno col bambino”, “Un anno con la cosa brutta”, “L’anno con le domande”, “L’anno col buon sandwich” e, nuovamente, “Un anno col bambino”), non declinati in una consecutio temporum regolare e di durata individuale assai variabile, l’opera prima di Eva Victor, scritta, diretta e interpretata, si contrassegna per il suo profondo sguardo autoriflessivo e per una scrittura filmica in simbiosi con il taglio introspettivo adottato, susseguente ad un paralizzante blackout personale.
Se il tema affrontato, la violenza sessuale e il predominio gerarchizzato maschile, segue analoghe, precedenti trattazioni filmiche, a risaltare in Sorry, baby, è un plot contrappuntato e sincopato. Il ricorso ad una narrazione sfrangiata ed estemporanea, aderente alla gestione naturale dei ricordi (soprattutto se dolorosi), niente affatto lineare ma scomposta, frammentata, altalenante, è il pregio evidente dello script di Sorry, baby (premiato al Sundance): la sua andatura oscillante, sminuzzata in frammenti di quotidianità in apparenza poco significativi, appare sintomatica, al contrario, dell’estrema difficoltà di ricomposizione di una frattura, del mancato ritrovamento di un equilibrio. Non pochi dettagli fungono da rafforzativi ai ‘respiri’ impercettibili del racconto e sottolineano alcune sue stesse contraddizioni, come quando Agnes non denuncia il suo aggressore alla polizia (“perché non voglio che vada in prigione, avendo un figlio”), o come quando uno studente della sua classe interrompe bruscamente la lettura di Lolita (affermando di “odiare ciò che viene narrato”, ma di “apprezzarlo per come è scritto”).
Debutto denso e sotterraneo, controllato eppure deflagrante, permeato da una femminilità confidenziale e avvolgente, il film di Eva Victor opta, sul versante della forma, per scelte di regia semplici ma efficaci, che viaggiano in parallelo con la sostanza della materia trattata, rifuggendo dall’incapsulamento delle vicende in una mera cornice illustrativa e assurgendo, dunque, a ‘modalità’ espressive interiori; allo stesso modo, i dialoghi, segnati spesso da un’effervescente ironia e da una smagata eccentricità (vicini, nella loro filiazione indie, a lungometraggi come Me and you and everyone we know di Miranda July, anch’esso esordio alla regia scritto, diretto e interpretato), nel loro ‘disordine’ e nella loro dissonanza con stati d’animo lacerati si rivelano, proprio per questa loro estraneità, funzionali all’emersione di ‘temperature’ interne raggelanti.
Non è un caso che, negli scambi di battute tra Agnes e Lydie, il senso della fine, l’ombra della morte, anche autoprovocata, si affaccino a più riprese: frasi-limite, paradossi, certo, subito ricomposti da rassicuranti smentite, attraverso i quali, però, agli occhi dello spettatore si palesa un vorticoso baratro psicologico ed esistenziale. Tutto, in Sorry, baby, è lasciato volutamente sullo sfondo: la stessa aggressione sessuale di Agnes da parte del suo insegnante, resa magistralmente dall’inquadratura fissa dell’abitazione del docente (registrata nel suo passaggio temporale dal pieno giorno all’imbrunire e dalla conseguente accensione delle luci delle stanze, con la ragazza, infine, ad uscire di casa frettolosamente, in stato di shock), alludendo, anziché mostrando, sottrae l’abuso ad ogni morbosità voyeuristica.
È questa ‘sfocatura’, nella sua assenza rivelatrice, a risultare incisiva, pulsante, ficcante. A Eva Victor non interessa l’hic et nunc, bensì il post factum. Anche in After the hunt di Luca Guadagnino la prevaricazione fisica maschile veniva esercitata in ambito accademico, ma in quel caso puntava all’avviamento di una detection intellettuale effettuata in un contesto alto borghese e ‘per conto terzi’, mentre in Sorry, baby il focus è invece direzionato sulla prima persona, investendo la sospensione psicologica della diretta protagonista. Dal suo stallo interiore, dal suo blocco emotivo, dai suoi attacchi di panico, dalla sua affettività da ricucire, dalle sue sconnessioni identitarie non sfocia alcun vittimismo. E il suo monologo finale, nell’affidare alle generazioni future il valore del dialogo e della dignità individuale, apre uno squarcio di luce nel tunnel buio della perdita di sé.
Regia: Eva Victor
Interpreti: Eva Victor, Naomi Ackie, Lucas Hedges, John Carroll Lynch
Nazionalità: Usa, 2025
Durata: 103’
