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CALL ME BY YOUR NAME (Luca Guadagnino)
Il cinema dell'idillio di Luca Guadagnino

CALL ME BY YOUR NAME

Nord Italia, estate 1983: il diciassettenne Elio Perlman vive in una grande villa di campagna con la propria famiglia. Ha un rapporto molto stretto con il padre, eminente professore universitario specializzato nella cultura greco-romana, e la madre, entrambi di religione ebraica e di ampie aperture. Diviso tra una sensibilità fuori del comune, che lo fa essere precoce dal punto di vista intellettuale, e un’immaturità relazionale, la vita di Elio viene sconvolta dall’arrivo di Oliver, un affascinante studente americano ospitato da suo padre affinché finisca la tesi di dottorato.

Il quinto lungometraggio di Luca Guadagnino, terzo e ultimo capitolo di un’ideale “trilogia del desiderio” iniziata con Io sono l’amore (2009) e proseguita con A bigger splash (2015), arriva finalmente nelle sale italiane dopo un lungo e tortuoso percorso internazionale che lo ha portato a essere il “caso” cinematografico della corrente stagione cinematografica. Dopo l’anteprima mondiale al Sundance Film Festival del gennaio 2017 e il passaggio nella sezione “Panorama” del Festival di Berlino infatti, il film del regista palermitano ha raccolto consensi a ogni latitudine (tra questi vale la pena citare almeno quello di Paul Thomas Anderson che lo considera il miglior film del 2017 e quello della “National Board Review” che lo ha inserito nella lista dei migliori dieci film dell’anno), ben tre nomination per i Golden Globe e addirittura quattro per gli Oscar 2018. Aspetto quest’ultimo che lo ha immediatamente reso il titolo italiano più importante per l’Academy dai tempi de La vita è bella (1997) di Roberto Benigni.

Tratto dall’omonimo di André Aciman (che peraltro ha un piccolo ruolo nel film) e sceneggiato da James Ivory (che inizialmente avrebbe dovuto anche dirigerlo), nella sua trasposizione cinematografica Call me by your name ha subito diverse trasformazioni, a cominciare dallo spostamento geografico e cronologico dell’azione (il romanzo è ambientato nel 1988 nella Riviera ligure con il finale a Roma, il film nel 1983 nelle provincia di Brescia e Cremona con il finale a Bergamo). Mutazioni che testimoniano da una parte la volontà del regista italo-etiope di trovare nelle proprie terre d’elezione quella qualità atmosferica capace di connotare il film, dall’altra di aderire a un modo di produzione più consono alla propria idea di cinema, più intimista rispetto all’idea originaria di Ivory. Oltre a ciò, ci sono molti altri aspetti rimarchevoli in Call me by your name (alcuni anche sorprendenti): dalle interpretazioni dei due protagonisti a quelle degli interpreti secondari, dalla cura dell’aspetto sonoro (sia la “presa diretta” sia la selezione dei brani che compongono la splendida colonna sonora) alla sensibilità di quello visivo. Tuttavia la sua qualità migliore sta probabilmente nel riuscire a restituire gli umori, i desideri, le speranze di un particolare momento storico (i primi anni ’80) attraverso scelte linguistico-stilistiche adatte e particolarmente efficaci (dalla pellicola 35mm alle “dissolvenze incrociate” come privilegiato segno d’interpunzione, dai tempi distesi della narrazione alla durata interna delle inquadrature). Una felicissima rievocazione sinestetica di un’epoca che, attraverso Renoir, Visconti e Bertolucci (tre registi cui guarda da sempre Guadagnino e che riecheggiano nel film), fa pensare a Proust, il cui spirito latente è il forse il vero trait d’union delle due opere.

 

CALL ME BY YOUR NAME
Regia: Luca Guadagnino
Con Thimotée Chalamet (Elio Perlmann), Armie Hammer (Oliver), Michael Sthulbarg (Samuel Perlmann)
Italia/Francia/Brasile/USA, 2017
Durata: 132′

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Sull'autore

Francesco Crispino