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La “bottega” di Cartigliano
"Una passione nata sulle ginocchia di mio padre"

La finestra dei ricordi è quella, molto piccola, della cabina di proiezione del cinema San Pio X di Cartigliano, comune in provincia di Vicenza, sulla riva sinistra del Brenta. Per Nidio Grego, tecnico elettronico, classe 1956, si tratta della stanza in cui è cresciuto e dove ha passato quasi più tempo che nella sua vera casa. «La passione» – ci racconta – «è nata sulle ginocchia di mio padre e di mio zio, sbirciando i film dallo sportellino della cabina dove lavoravano come volontari».

Nidio aveva cinque anni quando nel maggio 1961, all’apertura della nuova sala, iniziò ad assistere i due adulti, osservandone con attenzione i gesti, i movimenti, la “ritualità” della proiezione, e interiorizzando così il mestiere come in una bottega artigiana. «Mi raccontavano che non volevo mai stare seduto in platea perché ero molto più affascinato dal loro lavoro in cabina». Tra il pubblico non mancavano la mamma, la nonna, altri parenti e amici: una passione “di famiglia” in seno a una comunità per cui guardare i film non era un passatempo come gli altri.

«Sono passati più di cinquant’anni dall’apertura del nuovo cinema ma in realtà Cartigliano ne aveva già uno verso la fine degli anni ‘40. Era lì ancora prima che fossero costruiti il nuovo campanile e il ponte che collega il paese con Nove; all’epoca non erano ancora state asfaltate le principali vie di collegamento con i comuni limitrofi e neanche c’era la corriera che ora porta i cartiglianesi a Bassano e a Vicenza».

Cosa dire di un cinema che sorge prima delle strade, dei ponti e dei campanili? «Significava molto per la nostra gente. Era un mezzo che offriva alle persone l’opportunità di conoscersi, stare insieme e in amicizia fuori di casa». Nidio ricorda i titoli solo vagamente: «C’erano i classici, Zorro, Maciste, i western… ma a entusiasmarmi di più era proprio il lavoro del papà e dello zio». Anche perché era quasi più avventurosa la loro vita.

«Di quei tempi» – racconta con entusiasmo il figlio d’arte – «è doveroso ricordare anche il grande sacrificio degli operatori, che dovevano andare a prendere le pellicole in bicicletta fino a Nove, ma attraversando il Brenta con la barca, perché il ponte ancora non c’era». Cartigliano era isolato. Giuseppe Grego, il papà di Nidio, montava in sella e, con il bello o il cattivo tempo, pedalava fino all’ufficio del distributore. Le pellicole erano infiammabili, contenute in scatole di latta, a loro volta raggruppate in un grosso scatolone di legno.

«Mio padre aveva costruito un contenitore fissato sulla bicicletta per incastrare questa cassa. I problemi sorgevano quando c’era la famosa “brentana”: il fiume s’ingrossava e non si poteva navigare. Gli toccava allungare il percorso di altri 6 km fino a Friola per aggirare la piena, raggiungendo l’unico ponte che riuniva le due sponde». Racconti da ciclismo eroico più che da storia del cinema. «Eppure per lui era normale, lo faceva tranquillamente». L’identità di un popolo si costruisce anche così, con una dedizione tale che fa gettare i ponti dove non ci sono.

1 – continua

 

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Sull'autore

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli

Guido un workshop di critica cinematografica presso l’Università Cattolica di Milano e insegno cinema dalle scuole materne alle università della terza età.

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