Gli opposti si attraggono. Dal 2024 Belgrado è una città divisa in due, tra edifici occupati dagli studenti e dagli oppositori al governo e strade affollate dalle proteste e dalla riposta, spesso violenta, dei lealisti. Da una parte Lena (Lena Trifunović) giovane universitaria che lotta per cambiare la Serbia, dall’altra parte Stefan (Andrija Krivokapić), ragazzotto dal capo rasato e fedele al branco, allineato all’azione repressiva della polizia e del governo. Quando si incontrano, in una sera calda di protesta e reazione, entrambi riconoscono nell’altro un’inquietudine generazionale che nessuno dei due sa definire. Sono agli opposti, ma qualcosa li lega.
Do kraja dana (Until the day ends) è il primo lungometraggio di finzione della regista serba Jelena Maksimovic, presentato in concorso Orizzonti a Venezia 83. Il racconto pone lo sguardo sulla Belgrado degli ultimi tre anni attraverso gli occhi degli adolescenti di oggi. La poetica della regista costruisce e riempie la distanza tra i personaggi. C’è molta fisicità, ma l’avvicinamento tra Lena e Stefan evita qualsiasi forma di intimità convenzionale: niente baci né atti di natura esplicitamente sessuale.
Il film è ambientato sullo sfondo delle più grandi proteste studentesche mai avvenute in Serbia – e tra le più imponenti in Europa – esplosa in seguito al crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad il 1º novembre 2024. Nell’incidente persero la vita sedici persone e altre numerose rimasero ferite. Il disastro, attribuito a corruzione e negligenza nei lavori pubblici, scatenò manifestazioni guidate da studenti universitari, rapidamente estese a tutto il paese. Nonostante le dimissioni di diversi funzionari, tra cui il primo ministro Miloš Vučević, le proteste continuarono fino al 2025. Le autorità risposero con arresti selettivi, sorveglianza e repressione, incluso l’uso di armi sonore, criticato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Schierati su fronti opposti, i due giovani si trovano ad affrontare un conflitto intimo e ideologico in una società post-jugoslava profondamente divisa.
Dice la regista: “cresciuta a Zemun, un quartiere di Belgrado dominato da rigidi modelli di mascolinità, desideravo con tutte le mie forze sfuggire ai ruoli che mi venivano imposti. Questa storia si nutre di quel disagio, di quella sfida e di quel desiderio di fuga.”
Il cast è composto principalmente da attori non professionisti, le cui interpretazioni conservano tracce delle loro esperienze personali. L’unico attore professionista interpreta il fratello di Lena, le cui azioni innescano una catena di decisioni impulsive che segneranno il percorso della ragazza lungo tutto il film. I primi trenta minuti della pellicola servono a contestualizzare la protesta, l’ora successiva si concentra sul legame e la fuga dei due giovani protagonisti. Il loro rapporto è fragile, nato dalla crisi, dall’istinto e dall’impulso: opposti ma uniti dal desiderio di trovare qualcosa di umano in mezzo al caos e all’incertezza.
La cinepresa si muove mostrando i corpi attraverso riflessi, vetri, lenti e luci oniriche. Le immagini finali del film, più esplicitamente simboliche, alludono a un futuro improntato sulla solidarietà: un passaggio di consegne dalla vecchia alla nuova generazione. Se nella prima parte, tra azione e descrizione dei fatti il film ha ritmo ed energia, è proprio nella seconda parte che perde forza, la fuga dalla polizia e il finale simbolico sembrano perdere il centro della faccenda, sfumando nell’estetica e accantonando le scelte che i due protagonisti dovranno fare per portare avanti la loro vita.








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