No Paradise if you are killed by a Woman di Halkawt Mustafa è un film piacevole, che si guarda volentieri, e questo è il suo peggior difetto.
Racconta la storia di Vyan, donna curda irachena cresciuta in Norvegia, che, a seguito di un rapimento per mano dell’ISIS di lei e della giovanissima sorella, poi vendute a uomini senza scrupoli, diviene una cecchina peshmerga con lo scopo principale di liberare la sorella dalla schiavitù. Sarà disposta a affrontare i più grandi pericoli per lei, ma lo farà sempre con grande eroismo: da sola andrà incontro a un blindato nemico col suo fucile di precisione, da sola affronterà un quadrilatero di cecchini per ucciderli uno a uno, da sola in passato è riuscita a uccidere il suo carceriere e fuggire dal califfato. Quando a seguito di alcune ferite ritornerà in Norvegia e le verrà proposto di cambiare vita, sceglierà di tornare in Iraq e riprendere la sua pericolosissima missione.
Insomma Vyan è un’eroina, e gli spettatori fanno il tifo per lei. È una donna sola contro un mostro enorme, con la sua freddezza ucciderà centinaia di nemici con la sua (quasi) invincibile forza minuta. Anche ferita non si fermerà, anche quando sembra impossibile arrivare al cosiddetto cecchino svedese che tiene prigioniera la sorella, lei ci riuscirà, strisciando per chilometri sotto un lenzuolo per non farsi vedere dal nemico. E qui sta il problema del film: noi lo guardiamo come una storia di eroi, come seguiamo Tom Cruise in Mission impossible o Matt Damon in Jason Bourne, e ci appassioniamo al suo destino, facciamo il tifo per lei, speriamo che affronti e vinca nelle sue mirabolanti imprese. Ma così, nella piacevolezza di questa esperienza, nell’appassionante storia di questa donna senza macchia, perdiamo totalmente la tragedia reale.
Il regista, anche lui curdo iracheno cresciuto in Norvegia, dice di essersi ispirato per questo personaggio alle donne curde incontrate in prima linea sul fronte contro l’ISIS e alla storia di Nadia Murad, Premio Nobel per la Pace, che nel 2014 è stata tenuta in ostaggio e torturata dagli uomini del Califfato, poi è riuscita per un caso fortunoso a liberarsi, e da allora si è prodigata per i diritti delle donne. C’è dunque la tragedia reale a fare da sfondo a questo film, ma questa tragedia diventa semplice narrazione, quando si crea una (inverosimile) figura di eroina che combatte contro il mostro, la si struttura perfettamente in tre atti come da manuale, si creano vicende suggestive e facilmente emozionanti. In questo modo lo storytelling cancella la realtà, che diviene solo un sottofondo come un altro per appassionare lo spettatore. Chi ricorda, di fronte a un western, la tragedia dei nativi americani? Chi ricorda le malefatte reali della CIA o dell’MI6 quando si gode un film di 007? Qui, purtroppo, accade lo stesso.
Di solito la finzione può fare un buon servizio alla realtà, quando è in grado di farla percepire nel profondo, oltre la cronaca dei potenti e vicino alle vite minute dei deboli, di cui sentiamo il carico di dolore e sofferenza. Ma qui la facile struttura romanzesca è priva di sfumature e nemmeno il finale permette di uscire dall’idea che in fondo siamo di fronte a quella che una volta si chiamava “un’americanata”, in cui un individuo senza macchia combatte da solo contro il sistema.
Bisogna dunque togliere questa patina di facile storytelling per giungere ai veri temi brucianti sottesi al film. Che sono ovviamente gli spaventosi crimini dell’ISIS e l’importanza della resistenza di un popolo come quello dei curdi scarsamente riconosciuto dalla comunità internazionale e spesso avversato dagli stati che li ospitano. Ma ci sono altri temi che possono far riflettere anche se non sono approfonditi. Penso per esempio al fatto che la protagonista sia cresciuta in Norvegia e sia diventata, da europea, una combattente peshmerga, mentre il suo nemico è chiamato “il cecchino svedese”, lasciando intendere un’origine europea anche del crudele carceriere marito della sorella. Perché dunque due paesi europei nei fatti si scontrano in quel terreno lontano? Il film non approfondisce la questione, forse è solo un modo per coinvolgere ancora di più lo spettatore e farlo sentire responsabile? Oppure c’è un significato più forte, reale, dietro quelle allusioni? Il film non ha il tempo di rispondere a queste domande: incombe un’altra battaglia, in fondo, lo spettatore non deve annoiarsi, il film deve essere piacevole, lo si deve guardare volentieri, non certo soffermarsi a pensare, a capire, a sentire la tragedia. E questo è il suo peggior difetto.








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