Che cos’è un commento in sala se non una conversazione più ampia possibile di vedute, percezioni, letture? È un microfono che passa di mano in mano, quando riusciamo ad attivare questo dinamismo e l’orario lo consente, e noi animatori culturali che ci facciamo portare in mare aperto dal pubblico tenendo un filo… qui di Arianna. Quest’anno in questa rubrica vorrei dare spazio a conversazioni così da sperimentare più possibile la palestra che siamo chiamati a fare con il pubblico. Iniziamo, allora, la ginnastica con “La grazia” di Paolo Sorrentino con una conversazione con don Elio Girotto, prete trevigiano gestore della SdC Busan di Mogliano Veneto, delegato di ACEC Triveneta e, prima di tutto, amante del cinema. Su quest’ultimo sostantivo si consente del proselitismo.
In dialogo su: La grazia
Arianna Prevedello Mariano-Presidente e Lenny-Papa hanno qualcosa che li tiene al guinzaglio della loro umanità-incarnazione. Il passato è lontano, lontanissimo nel calendario, ma è presente nell’animo tanto da metterlo in testa al film e alla serie. Il tradimento della moglie e l’abbandono genitoriale segnano queste due persone: un “cornuto” (percepiamo il suo stigma) che non se l’è mai messa via e un orfano che non è mai stato giovane. Uno è diventato Presidente della Repubblica. Uno è diventato Papa. Mi tocca molto il ribadire questa (quasi) irreparabile fragilità costitutiva. Siamo in ostaggio di zone d’ombra dove la grazia sembra arrancare nel farsi largo e che condizionano inevitabilmente ciò che siamo chiamati ad essere, a fare e a rappresentare.
Don Elio Girotto Commovente è “la confessione” del Presidente al Papa. Entrambi abbandonano i propri ruoli e si mostrano appunto fragili. Il Presidente è stordito da tutto quello che gli accade intorno, dalla contraddizione delle cose. E il Papa lascia stare gli anatemi e invoca la Grazia. Questa sconosciuta!
Arianna Prevedello Due sono le scene destinate al Papa e nell’economia di un racconto su un giurista-presidente in realtà non sono così poche. Nella prima, forse in modo ampolloso, il Papa riconferma quanto tutti ci attendiamo. Di fatto fa quello che deve fare. Non ci aspettiamo di certo che sia il Papa a partorire questa legge. Nel secondo incontro dai principi ci spostiamo al rito della confessione dove trova riparo e accoglienza il rumore della vita che, sì, tramortisce ,ma anche interpella il Presidente. Il sacramento della riconciliazione viene gestito anche con bilanciamento scenico che richiama la Pietà. E il fatto che il Papa tiri in ballo la grazia sposta il film su un piano anche dichiaratamente teologico, direi quasi interdisciplinare, in uno sforzo sfidante (olistico) che illumina il Presidente nella sua complessità di uomo, nella sua bellezza di persona. Come per Lenny, il cemento scricchiola… In un episodio di “The Young Pope” questo sostantivo era già stato introdotto: il Papa ammoniva i cardinali a ritrovarsi in questa struttura portante senza cedimenti… senza dubbi? Sono passati dieci anni e Sorrentino sente ancora viva questa tensione, le virtù e i rischi di questo approccio strutturale.
Don Elio Girotto Non riesco a non ricordare la durissima scena del cavallo lasciato in agonia, un autentico pugno sullo stomaco per la nostra realtà a volte con una sensibilità alla sofferenza degli animali molto forte che rasenta l’integralismo. I dubbi del Presidente sono comunque “cemento armato” e un po’ lo si vede quando con piglio deciso comunica alla figlia le modifiche alla legge sul fine vita così da renderla blindata ad interpretazioni egoistiche e malvagie. Di fronte ad una delle domande di grazia percepisce subito che non è questione di sondaggi o maggioranza: l’affidarsi a criteri di popolarità può essere devastante. Lui rimane cattolico, ma sente anche che “ci sono ruoli diversi” e deve rispondere anche a chi non si riconosce in posizioni ecclesiastiche intransigenti. In realtà l’intransigenza buona la manifesta nel cogliere che quando manca l’amore ogni scelta è fallace. Ma come si può misurare l’amore? La domanda, per fortuna, resta aperta e senza risposte. C’è spazio per il benedetto dubbio.
La grazia delle domande
Arianna Prevedello Il Papa ricorda l’importanza delle domande. Chissà quante ne riceverai ogni giorno anche dai tanti giovani che accompagnate nella vostra comunità. Anche la figlia ne pone una struggente al padre-Presidente. Dorotea si fa trovare pronta quando il padre scricchiola – quando il padre è pronto ad ascoltare e a lasciarsi anche consigliare – e sentenzia “Di chi sono i nostri giorni?”. In “The Young Pope” la domanda era “Dove cadono i pomeriggi?”, una luce vocazionale descritta come voce della coscienza, tra immagine e suono. Sorrentino non ha chiuso ancora i conti con le domande e anche questo è uno stato di grazia. Nella serie Bernardo Gutierrez diceva che il bambino si è fatto uomo. Non c’è età per riuscire a lasciare il bambino… Mariano lascia il Quirinale… lascia il bambino? Lasciare l’abuso, l’abbandono, il tradimento. Sorrentino ci spinge nei lidi di una riconciliazione profonda. Oltre ogni torto. Non rimanere inchiodati al peccato dato o subito.
Don Elio Girotto Anni fa ad una cresima vicino a Bologna ero rimasto tra la gente, non avevo concelebrato. Prima della comunione il celebrante aveva ricordato che ci si poteva accostare all’Eucarestia solo se si era “in grazia di Dio”. Un giovane accanto a me (in piedi anche lui da più di un’ora…) mi guarda e mi domanda: “Cos’è la grazia di Dio?” Non ho dimenticato questa domanda semplice e concreta perché autentica e sincera. Diamo un valore e un senso quotidiano e feriale alle parole. In teologia, la grazia è il dono gratuito e immeritato di Dio, un intervento soprannaturale del suo amore che eleva l’anima umana, la rende capace di rispondere a Lui e di vivere secondo la sua volontà, trasformandola per la salvezza e la santificazione, superando i limiti del peccato e orientandola verso la vita eterna. Nel film di Sorrentino la grazia biblica e quella giuridica di fondono. Ma in realtà sono la stessa cosa: non c’è nessuna spiegazione a certi gesti di perdono e di amore. Così si resta sorpresi dalla grazia concessa all’indisponente donna omicida e negata all’affranto maestro vedovo per scelta e, forse, pietà.
Arianna Prevedello Se uno spettatore ti chiedesse se il Presidente è ancora nella grazia dopo aver firmato, chissà cosa gli risponderesti… Politica. Laicità. Teologia. Difficile uscirne. Sbroccando rispetto alla granitica postura del Papa sul tema dell’aborto, sempre nella medesima serie, il cardinale Spencer in carrozzina diceva all’incirca, vado a memoria, “chi se ne frega della vita… la vita va usata” facendo appello alla pietà del pontefice. Qui è la figlia che sbrocca sbattendo il dossier sul tavolo e uscendo dalla sua apnea. Quella figlia inizia a respirare. La bambina si è fatta donna?
Don Elio Girotto: Spesso nel “nostro ambiente” c’è questa ansia di sapere se “l’altro” è nel giusto o no, se è appunto dentro la Grazia di Dio. Non ne veniamo fuori: proclamiamo ai quattro venti che la Grazia è il dono immeritato e gratuito di Dio ma non lo accettiamo. La giustizia retributiva resta il nostro unico orizzonte a la nostra unica meta. Ma la Grazia è, appunto, altro, oltre. Sia teologicamente che giuridicamente. Alla fine questa parola ci fa paura o addirittura schifo. La grande bellezza di Mariano de Santis è saper andare oltre. È tutto qui ma non è semplice. Anzi. Mi permetto una digressione su un film poco conosciuto e poco visto di molti anni fa: “Il dolce domani”. Una comunità annichilita e letteralmente distrutta da un dolore immenso per la perdita di molti bambini inabissatisi dentro uno scuolabus in un lago gelato. Un avvocato diabolico cercherà di mettere tutti contro tutti. Una superstite (l’unica assieme all’autista) chiuderà il cerchio mentendo e lasciando la possibilità alla comunità e all’autista responsabile della tragedia di avere un dolce domani, o perlomeno non amaro come quello servito da una ricerca spasmodica della “verità”. La Grazia.
Un Papa insolito?
Arianna Prevedello L’altra sera al pubblico di “Giovani Madri” dicevo che i fratelli Dardenne col loro cinema così ancorato, anche nei rumori, alla realtà ci fanno capire meglio anche la poetica di Sorrentino che invece reinventa la realtà costantemente mettendoci in una postura creativa, fantasiosa nei confronti della vita. Sono modi di fare cinema lontanissimi tra loro eppure non sento un podio dove metterli in graduatoria. Abitando e gustando queste differenze poetiche la grammatica del cinema ci abitua a non essere pigri, a lasciare libertà allo sguardo e quindi anche alla lettura dell’umano. Per questo non sento una ridicolizzazione vedere il Papa afro-dread scooterizzato. Il monopattino elettrico abbandonato per terra tra i giardini vaticani sarebbe stato di competenza del reale dei Dardenne… Ridiamoci su! Sorrentino reinventa, sempre e comunque, e come nelle migliori favole nel bosco qualcuno rimane impigliato (in questo caso nel suo capello). Sorrentino ci provoca a vedere oltre le sue stravaganze. È una postura dello sguardo che invita a superare l’apparenza e noi, invece, a cascarci ogni volta e subito a recriminare serietà di rappresentazione per certe figure ecclesiastiche. La serietà va cercata nella lettura complessiva della scena… ma recriminare è sempre il nostro primo istinto.
Don Elio Girotto Fantastico l’accostamento della musica tecno all’immagine dell’anziano che inciampa sotto la pioggia … il Presidente è ugualmente vecchio, ma il rap e l’acid music non lo spaventano, le fa proprie. Le parole possono dire tutto e il contrario di tutto. I confini labili del codice penale (ma anche di tutte le parole che riguardano “la burocrazia”) non sono poi diversi da quelli che possono sembrare gli sproloqui di un rapper che pure contengono anche una sola parola che emoziona e commuove.
Arianna Prevedello Vorrei parlare con te anche di un altro filone del film che mi ha molto emozionato: il legame tra Coco e Mariano. A parte la scanzonata funzione protettiva del parlare di lei (“Non mi dovete rompere il cazzo” nella serie “The Young Pope” era una delegazione della curia vaticana che lo diceva a Tonino Pettola, il pastore con le stigmate che insisteva con le apparizioni della Vergine e il parallelismo è davvero divertente, a sapersi divertire ovviamente…), Coco ha amato sia Mariano sia la moglie del presidente. Anche Mariano ha amato sua moglie, ma ama anche Coco. E più passa il tempo e più la ama. Mi piace parlare di amore senza distinzioni. “Material Love” di Celine Song lo chiamerebbe l’amore da Rsa. Senza nulla togliere al matrimonio, il film ci induce a contemplare le sfumature degli affetti. Noi vorremmo tutto sempre chiaro, distinto, preciso, netto. La chiesa vorrebbe tutto recintato più possibile dai sacramenti. Nella vita mi pare che tutto sia più contaminato in una tavolozza dell’affettività dove i colori si mischiano e danno vita a legami non sempre così “nominabili”. Mariano sente lo stigma del cornuto, cerca verità per fare i conti con questo orgoglio che non gli dà tregua, più che per capire. Coco non gli dà quello che vuole perché sente che sarebbe come dare un cibo avariato ai cani affamati. Dopo la prima alla Scala quella rivelazione in auto ci dice che c’è un tempo per non dire e un tempo per parlare e che la sapienza è vivere questo spartito come un dono dello spirito. In quella minestra finale insieme, sarò impopolare o troppo ardua, ma ho visto i discepoli che hanno amato lo stesso Maestro e ora, nella sua memoria riconciliata, fanno il tratto di strada che gli rimane. Oltre ogni ruolo. Oltre ogni successo. Oltre ogni ricchezza. Una minestra di catarsi. Sorrentino mi commuove in questa tenerezza macchiata dal disordine della vita.
Don Elio Girotto Credo che Coco rappresenti un dono che non è di tutti e cioè l’umorismo nella sua accezione più profonda: saper ridere delle cose che si amano, e quindi anche di se stessi, e amarle ancora. La “cena ipotesi” è una perla di cattiveria buona! Ma è la rivelazione che Coco fa in auto a commuovermi di più. È lei a scegliere di parlare, non per imposizione ma per decisione personale. Sente che è il momento e che, forse, potrebbe non esserci più tempo. Pochissime parole e gli occhi di Coco e Mariano lucidi di commozione, dolore e rimpianto, ma anche di amore e amicizia, il tutto senza confini precisi e marcati perché proprio non ce n’è bisogno. Lo spettatore sente che non c’è altro da dire e approva la commozione silenziosa, bagnata appena da un accenno di lacrime. Xavier Dolan dice che lui ama i suoi amici, senza per questo provare per loro un desiderio sessuale. Li ama, sono suoi amici e prova per loro amore assoluto e sconfinato. Credo non si tratti solo di recinti, ma anche di definizioni e di schemi mentali e morali da superare e per chi ha avuto una certa educazione non è né facile né scontato: c’è il fidanzamento, poi c’è la famiglia e poi ci sono i figli (oppure “Gesù seguito più da vicino”, che orrore) gli amici possono aiutare, ma solo prima del fidanzamento o della consacrazione, poi solo qua e là… non bisogna andare troppo oltre, stop. Questo mi è stato insegnato. Ed è forse per questo che la rivelazione di Coco in auto spazza finalmente via tutti questi schemi e impostazioni. La minestrina mangiata o bevuta assieme mi richiama il tepore del focolare, della casa, quel luogo dove stiamo bene con noi stessi e con una o più persone che amiamo. E benedetto il giorno in cui non ci si rende più conto se per quella persona proviamo amore, affetto o amicizia. Perché non ce n’è bisogno.
Arianna Prevedello Amen!
