In una sola giornata due fratelli attraversano Lagos insieme al padre, figura tanto presente quanto distante, seguendolo nei suoi impegni e nei suoi silenzi. Il viaggio diventa un percorso di scoperta: della città, attraversata da tensioni sociali e politiche latenti, e di un uomo di cui i figli conoscono solo l’ombra.
Vincitore di numerosi premi internazionali — a cominciare dalla prestigiosa Caméra d’or a Cannes 2025, e proseguendo con il riconoscimento alla miglior regia sia al “British Independent Film Awards” sia al “Gotham Independent Film Awards” di New York — My Father’s Shadow è il primo lungometraggio del regista britannico-nigeriano Akinola Davies jr., uno degli esordi più potenti della mirabile annata cinematografica 2025.
Ciò che convince maggiormente però, non è tanto il pattern narrativo adottato — una storia di formazione e di conoscenza tra un padre e i suoi due figli, declinata secondo lo schema classico del road movie —, quanto la sua messinscena. Dalla cui efficacia traspare un’idea di cinema, che sceglie di lavorare per sottrazione, di affidare il proprio senso solo in minima parte alla progressione narrativa e molto di più alla densità dell’esperienza, di utilizzare un modello collaudato (quello del Bildungsroman) per rivitalizzarlo in un contesto capace di amplificarne la portata simbolica.
Mettendo in scena attese, spostamenti e frammenti di quotidiano, My Father’s Shadow è il racconto di un’infanzia sospesa, nel quale lo sguardo dei bambini tenta di dare forma a un legame fragile, fatto più di intuizioni che di parole. Una vicenda che si definisce nell’attraversamento di Lagos, dove tuttavia la popolosa capitale nigeriana non è mai percepita come semplice sfondo, ma come il corpo vivo del film. La macchina da presa vi si muove all’interno con un’attenzione documentaria, restituendone in maniera inedita il caos, la vitalità e le fratture sociali, senza mai cedere alla tentazione di spettacolarizzarle. L’adozione di un punto di vista basso, laterale, coincidente con quello dei bambini è dunque centrale nel discorso operato dal film, perché ciò che conta non è comprendere pienamente, ma percepire. La città, come il padre, resta un’ombra: qualcosa che si intuisce ma che non si decifra pienamente.
Il rapporto padre-figli rimane volutamente opaco, tanto che l’uomo non viene psicologicamente risolto, né i suoi comportamenti spiegati. La sua è una presenza intermittente, fatta di gesti pratici, di assenze improvvise, di un’autorità che non si traduce mai in discorso. Scelta nella quale risiede uno degli elementi più interessanti dell’opera, ovvero la rinuncia a una drammatizzazione esplicita del conflitto familiare in favore di una rigorosa messinscena dell’incomunicabilità. I bambini osservano, imitano, attendono. Così come lo spettatore, bambino tra bambini.
Sul piano formale, l’opera di Davies mostra una notevole coerenza tra ciò che racconta e come sceglie di farlo. La regia è controllata, mai compiaciuta; il montaggio privilegia i tempi morti, gli scarti, le sospensioni. Anche quando la narrazione potrebbe accelerare o chiarire, il film resta fedele al tempo dell’attesa, quello proprio dell’infanzia. La linearità del racconto non è quindi un limite, ma una cornice entro cui emergono la complessità del vissuto e la dimensione chiaroscurale che la accompagna.
Davies dimostra una rara capacità di tenere insieme dimensione intima e contesto collettivo, evitando sia la tentazione allegorica sia il realismo illustrativo. My Father’s Shadow è un’opera che chiede allo spettatore di abitare le sue immagini, di accettarne le zone d’ombra. Perché è proprio qui, più che nelle risposte, che il film trova la propria forza e la sua verità.
Regia: Akinola Davies Jr.
Con: Sope Dirisu (Folarin, il padre), Godwin Egbo (Akinola, il figlio), Chibuike Marvellous Egbo (Olaremi, il secondo figlio)
Regno Unito, Nigeria, 2025
Durata: 94’
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