Tieni aperto il tuo cuore. Con questo mantra è stata educata Agnes da sua madre, la strega della foresta per gli ignoranti, e in tal modo la giovane imposta il suo matrimonio, ed educa i propri figli. Ma proprio lei, creatura ribelle, simbiotica alla natura e che tutto sente e ogni cosa (pre)vede, non aveva prefigurato che il figlioletto Hamnet se ne sarebbe andato anzi tempo vittima di una febbre pestilenziale incurabile. Il marito Will, che è scrittore e drammaturgo, prova a superare il lutto facendosi ispirare dal ricordo del figlio per la sua nuova tragedia, quella destinata a iscriversi fra i capolavori nella letteratura di tutti i tempi, l’Amleto.
Con Hamnet Chloe Zhao (Premio Oscar per Nomadland), tenta qualcosa di inedito rispetto a ogni narrazione cinematografica su William Shakespeare: trasformarlo prima in un giovane marito e padre innamorato di moglie e figli e in un pendolare da Stratford a Londra per lavorare in un teatro (dove inizialmente procura i guanti da scena, da bravo figlio di un guantaio…), e poi in un uomo travolto dal dolore di fronte all’adorato figlio defunto. Al punto che per buona parte del film potremmo “anche” non sapere che del Bardo si tratti, essendo la sostanza di Hamnet – fedelmente ispirato all’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, Nel nome del figlio. Hamnet (2020) – quella di un melodramma “domestico”, letteralmente fra le quattro mura di casa Shakespeare ove Agnes (la vera moglie si chiamava Anne) accudisce casa e prole con l’aiuto della suocera. Infatti è proprio lei la protagonista del quarto lungometraggio di Zhao, punto di vista assoluto e centro emotivo del racconto, permeato da passioni estreme che vanno dalla gioia per la natura selvaggia allo strazio infinito per la morte del piccolo. Dunque un film di coabitazione sentimentale e naturale immerso nel verde del bosco inglese, e nel legno intrecciato delle caset in stile Tudor. Ma la regista sino-statunitense non poteva – né voleva – limitarsi a un semplice quadretto bucolico: invocando la catarsi teatrale insita nell’Amleto, decostruisce il noto senso della tragedia scespiriana per farne una elegia funebre, una dolente e sofisticata elaborazione del lutto figliale. In sintesi, un requiem famigliare che si apre al dramma collettivo. La vera domanda di fronte all’impeccabile messa in scena di questo melò più intimo che spettacolare è la seguente: quanto realmente Chloe Zhao è riuscita nell’intento dell’auspicata catarsi nei confronti del suo pubblico? La risposta non può che essere personale, ma tentando di oggettivizzare il più possibile il giudizio, emerge che la forza empatica del film appaia quasi completamente concentrata nelle performance eccezionali di Jessie Buckley e di Paul Mescal – tra i pochi attori giovani della contemporaneità a veicolare verità in ogni loro interpretazione – e assai meno nella scrittura e nella regia. In altre parole, per quanto l’opera sia formalmente perfetta, essa stenta a sferrare quel “pugno nello stomaco” che ci si aspetterebbe. Si comprende il dolore, ma si fatica a sentirlo: forse per eccessiva perfezione, o per una distanza (man)tenuta drammaturgicamente. In definitiva, in Hamnet nulla è sbagliato, tutto è “bellissimo” e il messaggio dell’amore che oltrepassa la morte è limpido, eppure si ha la sensazione che manchi qualcosa.
Regia: Chloe Zhao
Cast: Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson
Durata: 125′
UK/USA 2025
