Aziz e Derya sono una coppia di artisti turchi. Lui, affermato drammaturgo, è anche docente di teatro all’Università di Ankara. Lei, protagonista delle pièces engagées del marito, è un’attrice all’apice della carriera. La loro vita viene sconvolta all’indomani della ‘prima’ del loro nuovo spettacolo, dopo che Derya si era rifiutata di fare una foto con un influente uomo politico, restando chiusa in camerino, e Aziz aveva invitato i pochi studenti rimasti in aula, durante le manifestazioni di piazza in difesa dei diritti universali, a raggiungere gli altri in strada. Le “lettere gialle” con le quali le autorità governative comunicano ad entrambi l’avvio di azioni legali, con le accuse di sovversione e fiancheggiamento terroristico e le relative sospensioni dal ruolo accademico e interdizioni dalle scene, costituiscono l’inizio di un percorso contrassegnato da una crisi economica, professionale e relazionale…
Vincitore dell’Orso d’oro all’ultima Berlinale, il nuovo lungometraggio di İlker Çatak dilata, rispetto al precedente, lodatissimo La sala professori, il raggio d’azione del 42enne regista tedesco, nato a Berlino ma di origini turche. Se il film del 2023 si dipanava da un unico fatto dalle molteplici, franose conseguenze, qui, analogamente, le “lettere gialle” (di fatto, una ‘messa all’indice’ di persone sgradite al sistema) sono ancora vettori di plurime, dolorose ripercussioni, ma gli snodi di indagine transitano da un unico personaggio ad una coppia, con rifrangenze che, in ambito familiare, partendo dall’età intermedia rappresentata da Aziz e Derya, si espandono anche sugli estremi generazionali costituiti dalla madre del docente e dalla figlia adolescente dei due, in un allargamento di orizzonti, confronti e ‘lasciti’.
Nell’incrociare i rapporti tra nonna e nipote, oltre che tra padre, madre e figlia, Yellow Letters ragiona su svariati fronti: non solo sull’imprescindibilità della libertà artistica, sulla quale, in Turchia come sotto ogni regime autoritario o nelle democrazie fragili, pesa come un macigno la censura di Stato, ma anche sulla reale consistenza e resilienza di un impegno civile messo a dura prova dalle necessità di sopravvivenza economica. E, ancor più in profondità, sull’eredità di un tale, convinto dissenso intellettuale, che nel passaggio generazionale rischia di svuotarsi di energia, significato e urgenza. Emblematica, in questo senso, la domanda bruciante rivolta al padre dalla figlia quattordicenne (“pensi davvero di salvare il mondo con il teatro?”): un interrogativo che, nella disarmante perplessità di Ezgi rispetto al netto convincimento di Aziz, trasuda sfiducia e desuetudine.
Se il rischio del progressivo smaterializzarsi dell’integrità artistica (e della sua funzione politico-ideologica) appare, nelle titubanze della giovane, la denuncia più carsica e lacerante di Yellow Letters, la confluenza della dimensione pubblica nella sfera privata costituisce invece la solida ossatura narrativa del film di Çatak. La disgregazione che si fa strada all’interno della coppia, rimasta senza lavoro e costretta a ridefinire il proprio stile di vita, è la rappresentazione plastica della deriva di codici etici fondativi di un equilibrio identitario intransigente, il sintomo evidente di una ‘morte civile’: sotto la pressione ‘conformista’ esercitata dalle autorità statali, Aziz e Derya (ottimamente interpretati da Tansu Biçer e Özgü Namal) si ritrovano costretti a recitare un ruolo non più sul palcoscenico, ma nella loro stessa esistenza quotidiana, adeguandosi a necessità sociali fino a quel momento ignorate (la preghiera in moschea, il nuovo mestiere di taxista, la cancellazione di post compromettenti pubblicati sui social media, un contratto ben remunerato per una serie tv prodotta da un canale filogovernativo). E lo svelamento dichiarato, attraverso didascalie a lettere cubitali su schermo intero, delle reali location in cui è stato girato il film (Berlino che diventa Ankara, Amburgo che si trasforma in Istanbul) non può che essere interpretato come un ulteriore ‘patto di complicità’ che la regia di Çatak, confondendo volutamente realtà e finzione, sguardo soggettivo e osservazione oggettiva, stringe con lo spettatore.
“Tra il 2016 e il 2019”, scrive Çatak nelle note di regia, “in Turchia circa duemila artisti sono stati sospesi e portati in tribunale perché avevano firmato una petizione per la pace, con vere e proprie epurazioni di massa nel mondo accademico e culturale e tempi dei procedimenti giudiziari allungati a dismisura. Queste persone si sono ritrovate sospese in un’attesa logorante”. La stessa atmosfera che si respira nell’ultima sequenza del film, con Aziz, Derya ed Ezgi riuniti e apparentemente pacificati. Una fotografia sottilmente inquietante nella sua mancata ricomposizione delle parti di un tutto.
Regia: İlker Çatak
Interpreti: Özgü Namal, Tansu Biçer, Leyla Smyrna Cabas, İpek Bilgin
Nazionalità: Germania, Turchia 2026
Durata 128’
