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EVA (Emanuela Rossi)
Una irrisolta fiaba nera

Eva è una donna misteriosa che vive isolata nei boschi dell’Umbria. Dopo aver incendiato un campo di girasoli, viene arrestata. Al commissario dichiara di averlo fatto per salvare i bambini, convinta di essere investita di una missione divina: parla come una profetessa, sostiene di vedere nel cielo misteriose luci blu che guidano le sue azioni. In realtà, da qualche tempo nella zona si stanno moltiplicando le sparizioni di bambini e tutti gli indizi sembrano condurre a lei. Ma i piccoli che la seguono, dopo che lei ha attirato la loro attenzione con un senso di protezione che sfida ogni logica, lo fanno volontariamente, senza forzature. Intanto, durante il suo peregrinare tra centri commerciali e campagne, Eva incontra un apicoltore vedovo che vive con il figlio in un antico casale…

Permeato di una suggestiva atmosfera distopica e collocato in un contesto naturalistico pulsante di suggestioni carsiche e arcaiche, Eva di Emanuela Rossi brilla per originalità di sguardo e intraprendenza ‘indie’, ma lascia assai perplessi sulla (mancata) coesione degli elementi narrativi che dispone all’interno del racconto filmico. Se la dimensione rurale e paesaggistica, nella sua primitività agreste, pur conducendo con evidenza al cinema di Alice Rohrwacher, resta intrigante nella sua funzione di ‘contenitore’ svuotato e saccheggiato dall’azione inquinante dell’essere umano, l’accostamento parallelo alle vicende di Eva di una donna, in Cina, esasperata perché la sua piccola è malata appare invece incongruente e dispersivo. Il problema di Eva (un nome e un titolo quanto mai programmatico) risiede proprio nella stesura della sceneggiatura, firmata dalla Rossi con Stella Di Tocco, in una gestione intermittente dei vari generi adottati, dal dramma familiare al thriller soprannaturale allo sci-fi post-apocalittico, che si sovrappongono con disarmante intenzionalità. Nelle precisazioni della regista, Eva “è un film sulla fede, sulla speranza di poter cambiare le cose, addirittura anche il passato. Un film sui disastri di un mondo in forte crisi, che pone gli esseri umani in situazioni così al limite e dolorose da farli deragliare”.

Organizzato in un lungo flashback, il lungometraggio della Rossi (il secondo dopo l’esordio nel 2019 con Buio, anch’esso pervaso da un’estraneità al reale di matrice apocalittica) trova il suo respiro migliore nella serenità domestica offerta all’inquieta protagonista dall’apicoltore e dal giovane figlio: lì, in un contesto bucolico apparentemente disteso e solare, Eva, per la prima volta, immagina di placare il suo erratico vagabondaggio, di poter diventare la madre di quel bambino e la compagna di quell’uomo. La recitazione convincente di Carol Duarte (La vita invisibile di Eurídice Gusmão e La chimera) ed Edoardo Pesce, così come l’apporto prezioso alla fotografia di Luca Bigazzi, riescono a concretizzare stati d’animo e spinte affettive, istinto materno e sensi di colpa. Ma quando l’acceleratore preme nuovamente verso la catastrofe, alimentata da un vuoto cosmico, interiore e planetario, il film smarrisce le sue coordinate e si disperde in una visionarietà persecutoria. Facendo di quel “posto bellissimo” dal quale i bambini non tornano più, sommersi dalle acque di un lago nero, solo il gorgo vorticoso di un’anima persa tra misticismo, stregoneria e dolce follia.

Regia: Emanuela Rossi

Interpreti: Carol Duarte, Edoardo Pesce, Tommaso Zoppi, Antonio Gerardi

Nazionalità: Italia, 2025

Durata 98’

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.

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