Colette, docente di linguaggio filmico alla Sorbona ed esperta del cinema di Hitchcock, e suo marito François, autore di romanzi ‘gialli’ in costume, abitano in un elegante palazzo parigino, immersi in una quotidianità creativa ma raffreddata sentimentalmente dalla routine. Lui dorme sul divano e passa le giornate in pigiama a scrivere, correggere, limare parole e frasi. Lei, immersa nei suoi studi, vive in una ‘dimensione parallela’, sognante e ai limiti della paranoia. Un giorno, dalle finestre del loro alloggio iniziano a osservare i nuovi, litigiosi vicini: un attore che recita nell’Amleto e la moglie, sordomuta, proprietaria del teatro in cui si esibisce il marito. Qualcosa di terribile pare sia avvenuto proprio in quell’appartamento del 3° piano: Colette è convinta che l’ambiguo inquilino sia in realtà un assassino. E così ciò che era nato come un semplice gioco voyeuristico si trasforma in un’indagine di puro stampo hitchcockiano…
Un piacevole divertissement, un omaggio, semplicistico ma appassionato, al ‘maestro del brivido’, in cui realtà oggettiva e percezione soggettiva si sovrappongono e confondono, con ghiotto contorno citazionista e goffe, grottesche ricadute. Sono forse un po’ troppe le strizzate d’occhio contenute ne Il delitto del 3° piano (inerenti soprattutto La finestra sul cortile, ma anche La donna che visse due volte, Psyco e la sua doccia, pure se a ruoli invertiti, senza dimenticare una partitura musicale che riecheggia quelle celebri di Bernard Herrmann), ma l’idea, per quanto non originale, che il riaccendersi della passione in una coppia ormai sfiorita passi attraverso il potere dell’immaginazione e la suggestione cinematografica vivifica, in ogni caso, un film in cui la tensione drammatica viene sistematicamente annacquata da uno humour scanzonato.
Questa contaminazione tra generi, nel nuovo lungometraggio del regista de Il mistero Henri Pick (con la suspence della quête di Colette e François rilanciata da sequenze di ambientazione ottocentesca, che altro non sono se non le trasposizioni mentali della trama del nuovo romanzo dello scrittore), non consente cadute d’interesse per lo spettatore, essendo la scomposizione/ricomposizione narrativa un escamotage intenzionale del film di Bezançon, volutamente sospeso tra il serio e il faceto, il richiamo plateale alle tessiture hitchcockiane e, nell’intento didascalico, il rischio pericoloso della loro parodia. Questa estrema permeabilità del testo filmico è, per la vivacità che ne scaturisce, l’autentica forza dell’opera, nonostante il saltellare continuo tra registri espressivi, epoche e ‘clima emotivo’ generale venga azionato con una disinvoltura talvolta eccessiva.
In fondo, l’indagine sul presunto omicidio di una donna, da parte di Colette e François (i pimpanti Laetitia Casta e Gilles Lellouche), è il MacGuffin del film: scoprire la verità su cosa sia davvero successo nella casa dei loro vicini, per i due coniugi appassiti, è solo un pretesto affinché il desiderio reciproco torni a circolare nella coppia. La realtà, ci dice Il delitto del 3° piano, è già tutta contenuta nella finzione, basta solo viverla per ritrovarla. Più di ogni plausibile indizio, ben oltre ogni sospetto e ricostruzione, al di là di orologi macchiati di sangue, scanner a infrarossi e occhiali-spia alla James Bond.
Regia: Rémi Bezançon
Interpreti: Laetitia Casta, Gilles Lellouche, Guillaume Gallienne, Isabel Aimé
Nazionalità: Francia, 2026
Durata 106’
