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CIME TEMPESTOSE (Emerald Fennell)
Una rilettura senz'anima

Ispirato all’omonimo capolavoro di Emily Brontë pubblicato nel 1847, il racconto segue negli anni la relazione – prima di amicizia fraterna, poi di amore assoluto e distruttivo – tra Cathy e l’orfano Heathcliff, fino al tragico epilogo.

Accompagnato da un’intensa campagna promozionale, il terzo lungometraggio di Emerald Fennell propone volutamente il titolo fra virgolette, a indicare una rilettura dichiaratamente “personale” del classico gotico-romantico della letteratura inglese. Anche la scelta di due interpreti hollywoodiani ad alto appeal popolare – specie presso il pubblico più giovane – come Margot Robbie e Jacob Elordi nei panni dei protagonisti ha contribuito ad alimentare l’hype attorno al film, spostando l’attenzione sulla dimensione iconica e mediatica dell’operazione. Fatte queste premesse, l’attrice, sceneggiatrice e regista londinese firma un adattamento e una regia che, prevedibilmente, pongono l’accento sull’amore maledetto – l’amor fou – e su una passione erotica incontrollabile, assunti come archetipi senza tempo. Ne deriva una libertà di scrittura e di messa in scena che ambisce a mescolare tradizione e modernità, fedeltà iconografica e inserti di rottura, tanto sul piano musicale quanto su quello visivo. Se questa contaminazione “postmoderna” era attesa – quasi promessa – dalla decostruzione annunciata da Fennell, altrettanto alta era l’aspettativa di una rilettura cinematografica più radicale e realmente radicata in una visione. Per intenderci: un’operazione capace di interrogare il testo originario con la stessa lucidità con cui Sofia Coppola seppe reinventare Marie Antoinette, senza tradirne il nucleo ma spostandone l’asse percettivo. Al contrario, la regista inglese sembra limitarsi a sfiorare la superficie del romanzo, senza agire in profondità sul linguaggio e sulla forma, senza interrogarsi davvero su come restituire oggi una nuova visione di Cime tempestose preservandone al contempo l’ispirazione originaria e la matrice gotica. Il film, infatti, finisce per spogliare il testo dei suoi fantasmi, del suo elemento orrorifico, della sua natura autenticamente gothic, per privilegiare invece l’eros esplicito, la bellezza dei due leading actors – insistiti i primi piani su Margot Robbie – la violenza caratteriale dei protagonisti e il melodramma nella sua declinazione più scopertamente tragica. Il buon avvio scenografico, che regge finché i personaggi restano adolescenti, non trova poi una coerente continuità narrativa e stilistica. Ciò che rimane del grande romanzo della Brontë è un’immagine levigata, semi-pop, apparentemente orientata a intercettare – e compiacere – i turbamenti erotici di un pubblico giovanile, soprattutto femminile, cui il film sembra rivolgersi con calcolata evidenza. Resta infine una considerazione di metodo: la distanza dalla fonte è legittima, talvolta persino necessaria. Ciò che conta è la costruzione di un testo filmico autonomo, solido nella scrittura e nella regia, capace di sostenersi come opera. Qualità che, in questo caso, appaiono purtroppo fragili e discontinui.

Sceneggiatura e regia: Emerald Fennell

Cast: Margot Robbie, Jacob Elordi, Hong Chau

UK/USA 2026

Durata: 2h16′

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Sull'autore

Anna Maria Pasetti

Anna Maria Pasetti Milanese, saggista, film programmer e critica cinematografica, collabora con Il Fatto Quotidiano e altre testate. Laureata in lingue con tesi in Semiotica del cinema all’Università Cattolica ha conseguito un MA in Film Studies al Birkbeck College (University of London). Dal 2013 al 2015 ha selezionato per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Si occupa in particolare di “sguardi al femminile” e di cinema & cultura britannici per cui ha fondato l'associazione culturale Red Shoes. . Ha vinto il Premio Claudio G. Fava come Miglior Critico Cinematografico su quotidiani del 2020 nell’ambito del Festival Adelio Ferrero Cinema e Critica di Alessandria.

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