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GRAND CIEL la recensione del film di Akihiro Hata
Gli orizzonti di Venezia 82

Grand Ciel

La precarietà lavorativa e le aspettative della società possono avere un peso tale, nella vita delle persone, da deformare anche la mente più solida, fino a distruggere ogni senso di solidarietà e di giustizia verso l’altro. Grand Ciel, opera prima del giapponese Akihiro Hata, regista formatosi a Parigi, basandosi su questa deformità umana realizza un horror sui generis. Come ci ricorda Goya, i “mostri” nascono dal sonno della ragione.

Tutto gira attorno al sogno -o incubo- di un quartiere modernissimo. Una colata di cemento armato innalzata nel verde, ai margini di un abitato ordinario. Oggi sappiamo che la natura di questo diffuso materiale da costruzione è effimera, ha una vita che si colloca tra 50 e 100 anni, se ben fabbricato. Fin dalla sua erezione la struttura soffre di ASR, il cancro del cemento, che lo rende fragile. Tra le sue crepe, nelle fondamenta, si muove qualcosa di inquietante, fatto di suoni inspiegabili e di vapori letali.

Il protagonista Vincent (Damien Bonnard) lavora, come molti altri, al turno di notte del futuristico Grand Ciel. Tra gli operai si crea simpatia, anche nella vita diurna fuori dall’immensa struttura in costruzione. Quando un operaio di colore scompare, Vincent e i suoi colleghi iniziano a sospettare che i loro superiori stiano insabbiando un incidente mortale. Presto scompare un altro operaio. Vincent è l’unico edile francese in un gruppo di diversa cultura e origine. L’uomo, terrorizzato dal declassamento lavorativo, lascia che il suo interesse personale prenda il posto del bene collettivo. Le relazioni si sfrangiano. Attorno a lui continua a crescere il cemento freddo e abbagliante, la cui polvere fluttuante s’insinua in ogni fessura. Il gigantesco edificio continua a elevarsi fino a quando scopriamo l’orrore: il béton armé di notte si anima e si nutre, letteralmente, dei lavoratori. 

Grand Ciel è un film originale, a tratti spaventoso, ma non riuscito del tutto nello svolgimento. La bilancia si muove tra il tema sociale e il cinema di genere; il peso del primo è eccessivo rispetto al secondo. La pellicola non ha l’adeguato crescendo per un film che vorrebbe essere una metafora horror. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a pellicole come The Fog (1980) di Carpenter e, dello stesso autore, La Cosa (The Thing, 1982), in cui c’è un personaggio contaminato dal “mostro”, oppure Il buco (Le Trou, 1960) di Jacques Becker, al quale si è ispirato per il protagonista Vincent, oltre che agli horror giapponesi e all’opera di Tarkovskij, quest’ultimo per le atmosfere del cantiere.

Hata non ha l’abilità di mettere a frutto questo ampio panorama di riferimenti filmici, sfiorandone  la superficie estetica senza entrare nel meccanismo profondo della visione. Peccato per un film che avrebbe potuto dare di più, sia in termini di thriller, sia di critica sociale e, perché no, di critica all’architettura contemporanea. Si può apprezzare l’intento di fare luce sul mondo dei lavoratori dell’edilizia, riuniti nella vita -o nella morte- in cantiere, più per necessità economica che per passione o scelta professionale. Grand Ciel è distribuito da No.Mad.Entertainment da febbraio 2026.

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Sull'autore

Simone Agnetti

Simone E. Agnetti, Brescia 1979, è Laureato con una tesi sul Cinema di Famiglia all’Università Cattolica di Brescia, è animatore culturale e organizzatore di eventi, collabora con ANCCI e ACEC, promuove iniziative artistiche, storiche, culturali e cinematografiche.