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IL FILO DEL RICATTO – DEAD MAN’S WIRE (Gus Van Sant)
La giustizia dal basso

La mattina dell’8 febbraio 1977, a Indianapolis, Anthony G. “Tony” Kiritsis entra nell’ufficio di M. L. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, e prende in ostaggio il figlio Richard. Tony gli punta alla testa un fucile a canne mozze con una particolarità, collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio. Da quel momento vengono schierate copiose forze di polizia, mentre i media locali e non solo, colgono istantaneamente l’eccezionalità del caso.

Accadeva nel 1977 ma potrebbe essere materia del presente di un’America sempre più critica per i poveri. E forse è proprio per questo che Gus Van Sant ha deciso di girare solo adesso un film ispirato a un fatto di cronaca che quasi 50 anni fa sconvolse gli USA, riscontrando “inquietanti parallelismi tra la nostra storia e gli eventi che si stanno verificando”. Film minimalista, quasi “da camera”, ma amplissimo per portato simbolico e sintomatico, Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire è un testo di denuncia sociale e politica dal basso contro il potere costituito che sfrutta e abusa dei più deboli, “travestito” da crime/caper movie vintage. La forma adottata dal cineasta di Louisville è coerente all’epoca narrata e vibra della funky music proposta dal mitico dj locale Fred Temple (l’unico di cui Tony si fida), proponendosi come un film “fratello minore” di quella New Hollywood urbana che negli anni Settanta tanti miti ha generato. Van Sant gioca qui con la tensione narrativa come un tessitore: alterna piani fissi che quasi soffocano lo spazio con campi lunghi che restituiscono la vulnerabilità dei personaggi e la claustrofobia psicologica del rapimento. L’uso calibrato della luce naturale e dei colori desaturati accentua il senso di realtà cruda, mentre la macchina da presa, spesso immobile o accompagnata da movimenti impercettibili, conferisce un senso di sospensione. Non sono tanto gli eventi a sconvolgere, ma è la loro rappresentazione a destare interesse: ogni gesto, sguardo e dettaglio del set contribuiscono a un discorso sul potere e sulla giustizia privata. Così Gus Van Sant trasforma un fatto di cronaca in un’indagine sul comportamento umano, dimostrando come il cinema possa essere al contempo documento storico e specchio etico della società.

Regia: Gus Van Sant

Cast: Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo

USA 2025

Durata: 105′

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Sull'autore

Anna Maria Pasetti

Anna Maria Pasetti Milanese, saggista, film programmer e critica cinematografica, collabora con Il Fatto Quotidiano e altre testate. Laureata in lingue con tesi in Semiotica del cinema all’Università Cattolica ha conseguito un MA in Film Studies al Birkbeck College (University of London). Dal 2013 al 2015 ha selezionato per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Si occupa in particolare di “sguardi al femminile” e di cinema & cultura britannici per cui ha fondato l'associazione culturale Red Shoes. . Ha vinto il Premio Claudio G. Fava come Miglior Critico Cinematografico su quotidiani del 2020 nell’ambito del Festival Adelio Ferrero Cinema e Critica di Alessandria.

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