La memoria e quanto ne consegue. Non solo arte fotografica -anche se lo è- ma fotografia come azione politica, militante, sociale: scatti come gesto rivoluzionario e di resistenza. Alina Marazzi apre la sezione Orizzonti alla 83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia con “La ragazza con la Leica”, film liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Helena Janeczek e alla vita di Gerda Taro, il cui vero nome era Gerta Pohorylle, nata nel 1910 a Stoccarda da una famiglia di ebrei polacchi e morta a 26 anni a Madrid, travolta da un carro armato durante la guerra civile spagnola che stava documentando. L’intero suo repertorio fotografico è stato ricostruito solo negli ultimi vent’anni, grazie al ritrovamento fortuito in Messico della valigia che conteneva gli scatti di Gerda, che gli amici avevano voluto salvare e che a causa della guerra erano andati persi. Cuore delle due ore di pellicola è la conquista di libertà di una giovane donna e il desiderio -e la possibilità- di eternare una vita breve grazie alla fotografia.
Il film, esteticamente curatissimo, realizzato con 8 anni di preparazione e riquadrato in 4:3, per ricordare il rapporto di immagine a 3:2 del formato fotografico della Lieca, è stato girato in pellicola Super8 e 16mm. Questa scelta, oltre a donare al film la grana del cinema prima del digitale, cuce le scene di fiction, con i filmati di repertorio, il footage d’archivio e i documentari degli anni Trenta.
Parigi, 14 luglio 1937, Gerda Taro, interpretata dall’attrice russo-tedesca Emilia Schüle, trascorre insieme al compagno Robert Capa (al secolo Endre Ernő Friedmann) e ad altri profughi e amici fuggiti dalla Germania nazista, l’ultimo giorno prima di tornare sul fronte spagnolo. Il film percorre il tempo della sua breve vita tra l’impegno politico anti-nazista a Lipsia, accanto al suo primo amore, gli anni dell’esilio a Parigi, il difficile rapporto con Capa e con gli altri suoi amanti, la scoperta della fotografia come strumento di propaganda e il desiderio di trasformare la fotografia nella professione del fotoreporter. Sarà lei la prima professionista dei reportage di guerra a morire sul campo di battaglia. Dice la regista “Riscoprire la sua eredità significa riflettere sulla forza politica delle immagini, sulla loro capacità di raccontare la Storia nel momento stesso in cui accade, ma anche esplorare una dimensione più intima della memoria europea: quella di un gruppo di giovani esuli alle prese con l’avanzare dei totalitarismi, il razzismo e le minacce alla democrazia alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.”
Se da una parte il film sottolinea costantemente lo spirito di libertà, lo sguardo sul mondo, la gioia di vivere e la determinazione della protagonista, dall’altra la pellicola risulta formalmente non affine allo spirito rivoluzionario che vorrebbe incarnare. La scelta estetizzante delle scene; le ricostruzioni storiche intrecciate con immagini di film in bianco e nero, che hanno lo scopo di abbellimento contenutistico, l’inserto della contemporaneità, come nella scena delle piccola manifestazione pacifista con bandiere palestinesi e ucraine, sono elementi di un cinema che vuole dire senza esagerare, che non sforza la visione, non coglie la rivoluzione nella forma e non commuove. La narrazione dei fatti, i rapporti trai personaggi messi in scena, le uscite verso la contemporaneità, la narrazione della morte senza mostrare nulla di quelle lunghe e tragiche ore di agonia, finiscono per generare un effetto di pacatezza. Questo riduce lo sforzo della regista nel resuscitare un animo rivoluzionario così sentito che, ai funerali furono presenti oltre 200.000 persone, e la cui tomba, realizzata dallo scultore Giacometti, fu violata dai nazisti a Parigi perché segno troppo forte di resistenza al nazismo.








0 commenti