Home › Venezia › Moragheb (Falling House), La recensione – carcere e famiglia nell’Iran di oggi
Venezia 83

Simone Agnetti

25 Settembre 2026

Moragheb (Falling House), La recensione – carcere e famiglia nell’Iran di oggi
Venezia 83

Venezia, Festival, Filmcronache | 0 commenti

Un quartiere popolare che viene fatto a pezzi, allontanando la popolazione per fare spazio ad una nuova strada, una casa che diviene un carcere, la prigione come luogo di lavoro in una nazione che è luogo di oppressione per i dissidenti e gli oppositori al governo, una terra che non offre libertà alle donne e lega le mani agli uomini. Questi i presupposti che hanno portato Moragheb (Falling House) del regista iraniano Mohsen Gharaei ad essere premiato nella sezione Orizzonti all’83 Mostra del Cinema di Venezia. La Giuria, presieduta da Valérie Donzelli, ha scelto Laleh Marzban, per assegnarle il Premio Orizzonti come Migliore Attrice. La giovane ha incarnato nella sua recitazione forte e complessa tutto il peso di questi vincoli sociali e famigliari.

La casa che va in pezzi è la metafora, scelta dal regista, per rappresentare la disgregazione della società iraniana sotto il peso della dittatura teocratica. Al centro una famiglia, padre, madre e due figlie. Ensi, la maggiore, vorrebbe fare la modella. Per avviarsi verso questa carriera sacrifica tutto, non frequenta amici o ragazzi, maltratta il proprio corpo affamandolo, accantona un grave problema di salute, si spinge oltre i propri limiti per andarse dall’Iran e diventare una professionista della moda. Nonostante i suoi sforzi rimane imprigionata nelle maglie della legge islamica, nelle limitazioni sul lavoro femminile, coperta dal velo della tradizione religiosa. La ragazza si trova in contrasto con il padre Rashid (Farhad Aslani), guardia carceraria che non sa più distinguere tra vita privata e lavorativa e che concede ai carcerati favori in cambio di denaro, mentre rinchiude le donne della propria famiglia in una casa-prigione per proteggerle dal mondo degli uomini. Zinat, la madre (Rima Raminfar) e Janan, la sorella minore (Elena Khakbazan) cercano di tenere in piedi la dignità famigliare nel lavoro e nella scuola, sostenendo in segreto e contro la volontà del padre, il sogno di Ensi.

Tutto intorno a loro troviamo polvere e macerie per la strada in costruzione che viene realizzata demolendo, di giorno in giorno, il quartiere in cui vivono e la cui ultima abitazione rimasta è la loro. La casa, da luogo nato per offrire rifugio e protezione si trasforma in una galera, in cui il padre diventa il carceriere e i membri della famiglia i detenuti. La paura è camuffata da onore e il controllo forzato trova una distorta giustificazione nell’amore e nel desiderio di proteggere la dignità famigliare. La madre ha imparato a sopravvivere al marito e alla società accettando i compromessi e la sofferenza come parte inevitabile dell’esistenza in Iran. Ensi è decisa a conquistarsi il proprio futuro fuggendo dalla propria Nazione e abbandonando la famiglia. Janan, la piccola, mossa da un impulso imprevedibile, sfoggia il coraggio di desiderare il cambiamento partendo dal mondo che la circonda. Le rovine esteriori del grande cantiere sono anche dentro la famiglia, il peso di quanto accade porta tutti verso un inevitabile e tragico crollo. Ogni certezza finisce, avviando i protagonista verso una vita diversa.

A fermare il tempo in un momento felice è una foto, scattata prima che tutto precipiti, che mostra la famiglia unita e vestita con gli abiti di moda cuciti dalla madre ed indossati dai quattro, messi in posa come se fossero pronti ad andare ad una grande cerimonia. Dice il regista: “per molti anni ho scelto di non girare film, rifiutando le condizioni restrittive e censorie del mio Paese d’origine, l’Iran. Oggi ho deciso di tornare a fare cinema senza compromessi, per raccontare la libertà perduta, le scelte soffocate dalla paura e da un destino imposto.”

Gharaei, come molti suoi colleghi autori di origine persiana, si mantiene sul limite del detto e non detto, camuffando il messaggio antigovernativo in una storia drammatica che rispetti le regole della censura. Nel rimanere nei limiti di legge, mostra le conseguenze che questo ha sulla vita delle persone comuni. Sottolinea le storture e l’illiberalità di una società integerrima nella facciata e corrotta all’interno. Sono le stesse condizioni di vita che denunciano lo stato quotidiano di assedio alla libertà personale.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE