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Venezia 83

Alessandro Cinquegrani

18 Settembre 2026

SCHERZETTO di Mario Martone la recensione
Venezia 83

Venezia, Festival, Filmcronache | 0 commenti

Un nonno, un po’ tenero e un po’ scorbutico, viene incaricato di passare tre giorni col proprio nipote di 5 anni nella loro casa di Napoli perché i genitori devono andare fuori città per lavoro. È vedovo, fa il disegnatore, vive a Milano, è abituato alla solitudine. Capisce che il mondo sta cambiando e la sua arte resta indietro, troppo bui i suoi disegni, c’è bisogno di allegria, di presa sulla gente. L’uomo deve lavorare, o dovrebbe lavorare, anche in quei giorni, ma per fortuna può contare sull’aiuto di una domestica. Il bambino è sveglio, curioso, attivo, il nonno a volte si lascia travolgere dalla sua tenerezza, altre costruisce un muro nel quale si trincera. A rendere più complessa la sua situazione psicologica c’è il fatto che quella casa, dove attualmente vive la figlia, è quella in cui lui è cresciuto, e quindi affiorano vecchi ricordi, vecchi disagi.

Tra imprevisti e momenti allegri comunque le cose procedono, finché a un certo punto, forse per gioco (uno scherzetto?) forse per errore il bambino chiude l’uomo in un terrazzino, ma la maniglia della porta finestra è rotta e sembra non si possa aprire. Così l’uomo resta solo, di notte, esposto alla pioggia, mentre cerca di guidare il nipote per risolvere il problema.

Il film raccoglie alcuni dei nomi più importanti della cultura italiana (e napoletana): il regista Mario Martone, lo scrittore Domenico Starnone, dal cui romanzo è tratto il film, e l’attore Toni Servillo che interpreta il nonno. Ma il film non è semplice, è quasi una scommessa, perché si svolge quasi tutto dentro l’appartamento e si fonda sulle dinamiche tra i due protagonisti con pochissime aperture all’esterno. In un romanzo tutto questo è sostenibile perché permette di approfondire la condizione psicologica dei personaggi, affondare nei ricordi, far riemergere il passato, penetrare i pensieri e gli stati d’animo del protagonista. Ma il cinema non è così: il cinema deve più semplicemente mostrare, si fonda su fatti, accadimenti reali. E proprio questa distanza tra letteratura e cinema costituisce il vero limite del film. E le cadute avvengono proprio quando si vuole rimediare a questa mancanza.

Uno degli aspetti più efficaci del film è la costruzione del rapporto tra nonno e nipote, che la perizia di Servillo trasforma in una relazione credibile e non stereotipata, fatta di alti e bassi, ma sempre venata di tenerezza. D’altra parte sentiamo il disagio dell’uomo di fronte alla decadenza del proprio prestigio di artista e disegnatore. Ma Martone non si accontenta di questo, ovvero di rappresentarlo visivamente, ma sente il bisogno della spiegazione della voce fuori campo: espediente facile e desueto, che il cinema italiano – unico al mondo se si escludono le sperimentazioni di Malick che sono tutt’altro – continua a utilizzare. Così il cinema di immagini si trasforma in un cinema di parole e lo spettatore viene portato per mano ad ascoltare cose che in fondo aveva già capito da tempo. Con un’aggravante in più in questo caso: i brani della voce fuori campo sono tratti direttamente dal romanzo, usano perciò la forma della lingua scritta, del tutto incompatibile con le parole dette da un personaggio, anche se colto. Si tratta di cadute di stile frequenti nel nostro cinema, che derivano, presumo, da una sostanziale sfiducia nello spettatore, che secondo gli autori evidentemente ha bisogno di una spiegazione esplicita dei fatti e dei personaggi, dei quali già gli attori in questo caso erano certamente in grado di mostrare le sfumature, anche senza tante inutili parole.

Per il resto Scherzetto è un piccolo film che si guarda volentieri. Manca forse una vera parabola del personaggio, e anche l’evento disturbante – il restare chiuso sul terrazzo – non rappresenta un reale evento trasformativo. Però la prospettiva del bambino, che non distingue il gioco dalla realtà è interessante, tanto più se messa in relazione con l’attività di disegnatore del nonno che inevitabilmente ha qualcosa di onirico e infantile. E se non altro, con questo film, si può godere della prova di attore del solito Toni Servillo, sulla cui prestazione si appoggia il vulcanico piccolo Lorenzo Perrotta alla sua prima apparizione sullo schermo.

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