News Vita associativa

Che fine ha fatto la multiprogrammazione
La parola agli esercenti

multiprogrammazione

Il passaggio dalla pellicola al digitale potrebbe mettere nelle mani degli esercenti cinematografici una tavolozza di colori da combinare secondo infinite modalità e molteplici sfumature. Avere accesso ai contenuti (sempre più vasti, variegati, capaci di accontentare pubblici diversi) in maniera libera, sganciandosi dalle logiche che avevano governato la distribuzione dei film nell’era analogica, non solo farebbe fiorire le piccole sale e quelle più periferiche ma garantirebbe utili per tutti i partecipanti della filiera. Sono tutti d’accordo, anche nei toni amareggiati, gli esercenti che abbiamo intervistato per fare il punto della situazione: la parola chiave è “multiprogrammazione”, diventata un tasto dolente per la sproporzione che esiste tra i vantaggi che essa comporterebbe – da tutti i punti di vista – e la difficoltà ad attuarla. Difficoltà che non sono tecniche (il digitale, infatti, le ha spazzate via. Cfr. anche Federica D’Urso, La multiprogrammazione e il futuro del mercato, in SdC n. 1/gennaio 2014 e il nostro Esercenti e pionieri: la flessibilità ci fa grandi, in SdC n. 2/marzo 2015) ma che riguardano certe resistenze, se così si può dire, di mentalità, legata forse a pratiche di distribuzione consolidate ma che non ha senso mantenere lì dove – modificandole – ci sarebbero per tutti ampi margini di crescita e miglioramento.

Un palinsesto “tailor-made”

La multiprogrammazione – come è noto agli operatori del settore – si riferisce alla possibilità di creare dei palinsesti cinematografici, orizzontali e verticali, proponendo cioè al pubblico della sala più titoli nel corso della stessa giornata e nella stessa settimana (dove per “titoli” s’intendono – oltre ai film canonici, anche i contenuti alternativi: documentari, opere liriche e teatrali, balletti, trasmissioni via satellite…), senza rinunciare a una prima visione e potendo mantenere lo stesso titolo anche per molte settimane, ma solo in alcuni giorni in determinate fasce orarie. L’esperimento, dove è stato possibile testarlo, ha dato riscontri positivi, perché si fonda sulla conoscenza diretta che l’esercente ha delle persone che frequentano il suo cinema. «Dal 2008, anno della prima digitalizzazione – racconta Stefano Tonini del Cinema Tiberio di Rimini – abbiamo sempre più inserito nella programmazione, eventi digitali quali opere liriche e balletti. Grazie all’entrata nel mercato di nuove Case di Distribuzione (es. Nexo Digital, QMI) specializzate negli eventi digitali, la proposta si è ulteriormente diversificata, allargandosi ai concerti e documentari. Il pubblico ha reagito positivamente in quanto la nuova programmazione ha intercettato nuovi bisogni e interessi. Pertanto il nostro pubblico si è notevolmente allargato, sia per fascia d’età sia per tipologia di pubblico. Dal punto di vista dell’esercente, la sperimentazione dei nuovi prodotti è stata facilitata dalle condizioni offerte dalla distribuzione ovvero l’assenza dei minimi garantiti».

Quali nodi al pettine

Il minimo garantito è la cifra che l’esercente deve garantire al distributore qualunque sia il risultato economico del film nella sua sala. «Si tratta – spiega Carmine Imparato, responsabile del Sas delle Marche – di una regola nata anche per coprire i costi della distribuzione della pellicola; costi che con il digitale non sussistono più, e che pertanto così sono a totale svantaggio dell’esercente». Il desiderio di molti è che il modello di Nexo Digital (che richiede solo la percentuale del 50% sull’incasso + l’iva) si diffonda anche presso i distributori storici ma le resistenze, per il momento, sembrano troppo forti. I nodi, oltre all’onere del minimo garantito, sono l’imposizione del numero di spettacoli e quello delle giornate di programmazione, un altro modello ormai obsoleto che, se venisse abbandonato, avvantaggerebbe economicamente gli stessi distributori. «È assurdo che ci venga chiesto  – è l’esempio che fa Imparato – di tenere un film per tre settimane, senza doppia programmazione. Anche i film che siamo certi che avranno successo e che incasseranno, infatti, sono comunque non per tutti i gusti, e io in quel lasso di tempo rischio di perdere intere fette di pubblico. Sono io che conosco il pubblico della mia sala e so che l’unico modo per garantire un certo incasso con un determinato film, è proiettarlo solo in certi giorni e in certi orari». Sembra quindi irragionevole che i distributori concedano alcuni titoli “forti” (come spesso avviene) solo a patto che si segua il vecchio sistema. «La multiprogrammazione – continua Imparato – è l’unico modo di far stare in piedi le sale che vogliono avere dipendenti in regola, pagare gli stipendi, fare le cose in maniera seria…  Io spesso sono costretto a rinunciare ad alcuni film perché i limiti posti dalla distribuzione non sono proprio sostenibili. Se non cambiano i parametri e la divisione delle spese, per noi la multiprogrammazione è l’unica ancora di salvezza. Le volte in cui riesco a farla, diversificando l’offerta (film anche vecchi, documentari, cartoni animati il sabato e la domenica…), in una sala di 74 posti faccio sempre il pieno di spettatori e solo così riesco a pagare i dipendenti. In caso contrario, ci perderebbero tutti, esercenti, distributori, agenzie di noleggio e spettatori».

Un retaggio di logiche vecchie

Stupisce tanta refrattarietà a venire incontro a tali esigenze. L’impressione è che alcuni distributori ragionino secondo una logica di “esclusività” con quella o quell’altra sala, mancando di affidarsi al lavoro dell’esercente che per il proprio cinema sceglie non certo il distributore ma il singolo film. «Il nostro lavoro – dice ancora Imparato – riguarda l’identità che ogni sala deve mantenere, scegliendo i film che preferisce, potendo e volendo lavorare con tutti secondo una logica per cui i distributori sono venditori e l’esercente è l’acquirente che deve poter scegliere». L’esercente ha anche il dovere di tutelare lo spettatore: se una sala non riesce ad accordarsi con una determinata distribuzione, è lo spettatore che ci perde perché significa che in quella città non vedrà mai quel prodotto. Perché io non posso farglielo vedere quando voglio io o comunque quando penso di avere le condizioni per poterlo fare? Finché la logica rimane competitiva, l’esercente rischia di trovarsi in mezzo a una battaglia tra distributori in cui ci rimettono lui e lo spettatore (se in una sala, per esempio, un distributore “piazza” un proprio film per due settimane, significa escludere per quel lasso di tempo un diretto concorrente. A complicare il lavoro c’è anche il concentrarsi dei titoli nelle mani delle pochissime agenzie di noleggio che gestiscono il 90% dei film d’essai e – a loro volta – competono tra di loro e dettano condizioni agli esercenti che non tengono sempre conto delle esigenze degli altri partecipanti alla filiera. «La risposta a queste strozzature – dice Tonini – non può essere specifica (intervenire su un singolo punto o sporadicamente) ma globale. Richiede un intervento politico nel senso nobile del termine in quanto occorrerebbe che tutti i soggetti interessati (produttori, artisti, distributori, esercenti) si sedessero attorno ad un tavolo per ridisegnare il settore. Il Mibact ha un ruolo strategico in forza anche dei contributi che è in grado di dirottare (a cui tutti siamo interessati). L’approccio non può essere solo ‘industriale’, ovvero nella logica del profitto lato produttori/distributori. C’è una valenza culturale e sociale nella fruizione di un prodotto cinematografico (sia esso film o evento digitale) in una sala cinematografica. Per questo ho indicato che anche la parte artistica dovrebbe aver voce nel dibattito».

Il modello francese

Tutti gli esercenti invidiano il modello francese di multiprogrammazione (interessante leggere, sull’argomento, il post di Nicola Curtoni sul suo blog Un cinema in Francia), dove il sistema funziona benissimo e permette a molte piccole sale di fare il pieno di spettatori: «La Francia – precisa Tonini – ha un approccio completamente diverso e proattivo per il sostegno non solo della produzione ma anche della distribuzione del prodotto cinematografico, in particolare per i piccoli cinema. A onor del vero, negli ultimi anni, la Direzione Cinema del Mibact ha cercato di migliorare la situazione in Italia ma occorrerebbe intervenire più drasticamente, assumendo un cambio di indirizzo che richiede però un forte appoggio politico». Che la filiera cinematografica non si sia adeguata ai benefici che il digitale potrebbe apportare è un peccato soprattutto per la possibilità, negata così a molte sale, di diventare concretamente centri culturali polivalenti in grado di ravvivare un paese, un territorio, una provincia, attraverso la coltivazione dell’umano di chi la abita. «Come esercente di una Sala della comunità – Tonini conclude le sue riflessioni – ritengo che queste istanze dovrebbero essere poste con fermezza nelle sede istituzionali attraverso i nostri organi associativi, cercando forti sinergie con altre associazioni quali la Fice. Ritengo che ci siano ampi margini di manovra per sfruttare le sinergie tra le sale nel comune interesse di sostenere  la fruizione del Cinema in sala».

La sala, soggetto attivo

Salvatore Indino del Cinema Cristallo di Cesano Boscone (MI) spinge a che ci si metta d’accordo a livello associativo adottando una linea comune, coordinando le iniziative e i contributi di tutti i soci e capendo anche i tempi opportuni della politica, senza cedere alle (legittime) frustrazioni degli esercenti che possono creare malumori e inquinare il dibattito. Indino richiama l’attenzione sulla nuova legge sul cinema (che, per diventare attiva a tutti gli effetti, è in attesa della conversione dei cosiddetti decreti attuativi, decisivi per sbloccare alcune paralisi del sistema): «Il problema è a monte. Occorre convincere i vari interlocutori che non è corretto guardare alla sala come posto da occupare per proiettare il proprio prodotto, ma come un soggetto attivo e creativo che può soddisfare sia le esigenze della distribuzione che quelle di una importante missione sociale e culturale. La multiprogrammazione è solo uno dei problemi aperti che occorre affrontare. Non serve avanzare sacrosante esigenze operative o aspettative, sia pur legittime, in maniera rivendicativa. Occorre invece coralmente lavorare sulla nuova legge, proponendo suggerimenti per la scrittura dei decreti attuativi. Per questo è necessario arrivare preparati ai tavoli di lavoro e sperare in questo incontro, già promesso, con i distributori e il Ministero. Ci era stata promessa la presenza di un mediatore, che è saltata all’ultimo ma la figura del mediatore è essenziale». Proprio per sottolineare la grande opportunità che offre la nuova legge sul cinema, Indino esprime la sua visione strategica: «I problemi legati all’accesso al prodotto devono trovare soluzione nell’ambito di un accordo quadro tra i vari soggetti implicati che permetta una diversa modalità di gestione della filiera e di conseguenza l’aumento del fatturato del comparto cultura, che, si badi bene, porterà automaticamente molte più risorse a favore del comparto»; consapevole dell’apporto significativo che Acec può garantire a livello nazionale per tutte le sale, Indino in qualità di consigliere Acec per la diocesi di Milano sollecita «una condivisione, a livello associativo e con gli interlocutori del Ministero, degli esempi virtuosi di multiprogrammazione che già esistono per delineare la direzione verso la quale conviene muoversi».

 

(Articolo pubblicato su SdC – Sale della Comunità n. 1/2017. Registrati qui per leggere e scaricare gratuitamente la rivista)

Scrivi un commento...

Sull'autore

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli

Guido un workshop di critica cinematografica presso l'Università Cattolica di Milano e insegno cinema dalle scuole materne alle università della terza età.