Alla vigilia del suo ventinovesimo compleanno, Nino Clavel viene travolto da una notizia devastante. Una vita fatta di decisioni rimandate e impegni presi con leggerezza si trasforma improvvisamente in urgenza: Nino ha tre giorni per prendere scelte decisive sul proprio futuro e portare a termine due compiti essenziali. Mentre osserva la sua quotidianità con occhi nuovi, anche i più piccoli accadimenti assumono un valore inatteso: le chiacchiere con gli amici di sempre, un fugace confronto con un’ex, un momento di profonda intimità con la madre. Nel suo vagabondare per la città, il giovane si mette in ascolto del mondo, degli altri e di sé.
Opera prima della francese Pauline Loquès, Nino si segnala come uno degli esordi più significativi del 2025, capace di coniugare con equilibrio rigore formale e partecipazione emotiva. Fin dalla vibrante sequenza d’apertura il film è informato da uno sguardo preciso, già pienamente consapevole e mai compiaciuto, che riflette uno stile sobrio, asciutto, capace di rifuggere ogni enfasi per aderire con delicatezza ai movimenti interiori del protagonista.
Loquès costruisce il racconto per sottrazione, evitando spiegazioni ridondanti e lasciando che siano i gesti, gli spazi e i silenzi a definire il personaggio. Facendo emergere così l’idea di un cinema che osserva senza giudicare e accompagna senza forzare. La macchina da presa si muove sempre con discrezione, spesso restando a ridosso del volto del giovane protagonista, a voler intercettare le minime vibrazioni emotive di un’esistenza in bilico, senza mai ridurla alla sua spettacolarizzazione e mantenendo sempre il pudore della distanza.
Nino si inserisce così in una tradizione ben riconoscibile del cinema europeo contemporaneo, evitandone però i rischi più evidenti – manierismo, autocompiacimento, rarefazione fine a sé stessa – grazie a una sincerità di sguardo che restituisce autenticità al racconto. Un’opera che rifugge dal colpo di scena e non indulge in facili svolte drammatiche, ma preferisce seguire il ritmo irregolare della vita, fatto di attese, inciampi, piccoli scarti attraverso cui disegna un percorso di (tras)formazione.
Fondamentale in questo pregevole equilibrio è l’interpretazione di Théodore Pellerin, che offre una prova di straordinaria sensibilità. Il suo Nino è un personaggio trattenuto, costruito su minimi spostamenti emotivi e su una presenza che esprime costantemente disagio e vulnerabilità. Il merito di Pellerin è quello di riuscire a rendere visibile l’invisibile, dando corpo a un’inquietudine mai esplicitata eppure sempre percepibile. Un’interpretazione che lavora per sottrazione, in perfetta sintonia con il progetto di regia.
Anche il lavoro sugli spazi contribuisce notevolmente alla riuscita dell’opera. L’ambiente urbano si configura infatti come estensione dello stato d’animo del protagonista: i luoghi sono attraversati più che abitati, anonimi seppur carichi di una sottile tensione, capaci di riflettere la difficoltà di Nino nel trovare una collocazione nel mondo. È proprio nella relazione spazio/corpo che il film trova alcune delle sue intuizioni più felici, costruendo un dialogo silenzioso ma costante tra l’interno e l’esterno, il latente e il manifesto.
Nino è un esordio che colpisce per lucidità e coerenza, capace di restare fedele a un’idea di cinema intimo e rigoroso senza mai risultare freddo. Un film che non alza mai la voce, ma capace di lasciare un segno, e di indicare Pauline Loquès tra le voci più promettenti del nuovo cinema europeo.
Titolo originale: Nino
Regia: Pauline Loquès
Attori: Théodore Pellerin (Nino), William Lebghil (Sofian), Jeanne Balibar (la madre di Nino).
Origine: Francia, 2025
Durata: 96’
