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BAR GIUSEPPE, UNA STORIA DI AMORE E ACCOGLIENZA
Il film di Giulio Base attualizza la famiglia di Nazareth

Giuseppe è proprietario di un bar che sorge in una sperduta e desolata area di servizio di una sconosciuta località pugliese. Quando sua moglie muore tra le sue braccia, lasciandolo vedovo, Giuseppe si trova a gestire l’attività completamente da solo, ma viene osteggiato dai figli, il tossicodipendente Luigi e il panettiere Nicola, che preferirebbero vendere il bar, un po’ per trarne immediato beneficio, un po’ perché spaventati dalle continue rapine che prendono di mira proprie le piccole attività della zona.

Mite e taciturno, disponibile e gentile, Giuseppe non vuole rinunciare al suo lavoro e appende un annuncio per cercare un aiutante. La fila di chi aspira al posto di cameriere è lunga e articolata: uomini disperati che provano a reinventarsi, laureati delusi e disillusi, disoccupati di ogni genere e numerosi immigrati.

Giuseppe vorrebbe aiutare tutti, ma la scelta ricade su Bikira, la figlia diciottenne di una coppia di immigrati africani. La dinamica si complica quando tra il barista e la ragazzina nasce un sentimento genuino, un amore criticato non solo dai figli dell’uomo, ma da un’intera comunità che non vede di buon occhio il matrimonio tra un uomo anziano e una giovanissima diciottenne di colore, che resta persino misteriosamente incinta.

Con Bar Giuseppe, il regista e sceneggiatore Giulio Base rilegge in chiave laica la parabola di Maria e Giuseppe. Attingendo al Vangelo, Base affronta la natività, attraverso il rapporto tra i due genitori e in particolar modo dal punto di vista del protagonista maschile. I riferimenti alla storia sono evidenti e dichiarati tanto nei dialoghi quanto nelle immagini: Giuseppe viene spesso mostrato nel suo doppio ruolo di barista-falegname e Bikira è un personaggio fortemente simbolico, sin dalla scelta del nome, che in Swahili significa vergine. Ma Base non si ferma alla superficie. Se il legame biblico è ovvio e scontato, la narrazione attinge al sacro per indagare la contemporaneità.

Nel personaggio di Bikira trovano voce e volto le tante ragazze immigrate e in cerca di speranza; il personaggio di Giuseppe è fonte di ispirazione, un uomo la cui bontà d’animo, accoglienza e pietas si fanno salvifiche per il genere umano; i suoi due figli sono il riflesso di un disagio sociale ed esistenziale che rende schiavi di droghe e dipendenze, ma anche del lavoro o dei troppi impegni; nella comunità, tutta, alberga indisturbato il pregiudizio, il razzismo e un profondo sentimento di totale indifferenza nei confronti dell’altro.

Arricchito dalle ricercate scenografie degli interni, dalla misurata recitazione di Ivano Marescotti – frenato tanto nei dialoghi quanto nella fisicità – in totale opposizione con l’interpretazione disincantata di Virginia Diop, Base lavora sui contrasti, a tratti un po’ troppo scontati, di luoghi e personaggi per rendere evidente il senso della vicenda. Agli ampi e desolanti spazi aperti, che rispecchiano il senso di solitudine dei due protagonisti e gli evidenti scontri con il resto del mondo, si oppongono gli ambienti caldi e accoglienti di bar e casa, dove ogni fatica o difficoltà trova riparo in un abbraccio rassicurante. Nella coraggiosa scelta di Giuseppe di sorreggere questa donna in attesa di un bambino, nella sua capacità di perdonare e comprendere le debolezze e le imperfezioni dei figli, nella forza a non lasciarsi vincere dal “giudizio” facile e scontato che muove la massa, risiede il significato del film e la bellezza di questo personaggio, in grado di abbracciare la vita e amare incondizionatamente, aderendo in silenzio a un mistero più grande.

Il film è disponibile su Raiplay

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Marianna Ninni