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DISCO BOY (Giacomo Abbruzzese)
Il fantasma del soldato-ballerino

Aleksei, bielorusso in fuga dal suo passato, raggiunge clandestinamente Parigi e si arruola nella Legione straniera per ottenere, dopo cinque anni, il passaporto francese. Nel delta del Niger, intanto, Jomo, giovane rivoluzionario, si batte contro le compagnie petrolifere che hanno devastato il suo villaggio, mentre la sorella Udoka sogna di fuggire, consapevole che ormai tutto è perduto. I loro destini si intrecceranno, al di là dei confini geografici, della vita stessa e della morte che incombe…

Vincitore dell’Orso d’argento per il miglior contributo artistico all’ultima Berlinale, nonché unico titolo italiano in concorso, l’opera prima di Giacomo Abbruzzese, sceneggiatore e regista nato a Taranto nel 1983, pulsa di respiri ancestrali, di sguardi magnetici, di una dimensione terracquea, materica e liquida al tempo stesso, che affonda nella rêverie. Un film di fantasmi, di presenze/assenze che turbano e scuotono l’immaginazione, alimentando di continuo il viaggio introspettivo ed esistenziale del protagonista, l’orfano tatuato interpretato con il consueto, efficace straniamento da Franz Rogowski. Il ‘suo’ Aleksei è un’anima smarrita in cerca di un proprio spazio nel mondo, afflitta da macigni di solitudine e intima, muta irrequietezza. “La Legione straniera è la vostra nuova nascita, la vostra unica famiglia”, dice ripetutamente, non a caso, l’istruttore incaricato di addestrare le reclute. Perché, come affermato dallo stesso Abbruzzese, il film “nel profondo è la storia di una metamorfosi, di una comunione con l’altro che si apre alla fine verso un’utopia”.

Coprodotto da quattro Paesi, girato in diverse location (Polonia, Parigi e l’île de La Réunion, vicino al Madagascar), sviluppato dal suo autore in dieci anni tra scrittura, ricerca di finanziamenti e sopralluoghi, Disco Boy, nella sua fonetica multilingue e nelle sue connotazioni apolidi, è davvero un film “senza passaporto”, nel quale, partendo dal concetto di ‘doppio’ e dal tema della ricerca identitaria, si genera una coinvolgente, sotterranea empatia, un reticolato di ‘simmetrie emotive’ che lega i due ‘guerrieri’, il legionario e il suo antagonista, l’ecoterrorista del Movimento per l’emancipazione del delta del Niger. Non ci sono vittime né carnefici, però, in Disco Boy, ma solo esseri umani, dispersi nelle trame caotiche della vita, i cui sguardi incrociati comunicano più di mille parole. I silenzi, in effetti, contrappuntano costantemente il racconto, che lascia spazio ai rumori d’ambiente e a sonorità intradiegetiche, a braccetto con una regia che, a sua volta, si concede tempi di esposizione lunghi, facendosi strumento di osservazione antropologica ma, soprattutto, scandaglio interiore. E se pure alcuni modelli di riferimento appaiono persin troppo espliciti, come Apocalypse now o Full metal jacket, o, ancor di più, il cinema di Apichatpong Weerasethakul, la percussività musicale e la fascinazione visiva del bell’esordio di Abbruzzese (scaturita anche da suggestive riprese di combattimento corpo a corpo filmate in infrarossi, con camera termica) attraggono e colpiscono. Non allo stomaco (la violenza, qui, non è mai esibita), ma alla mente e al cuore.

DISCO BOY 

Regia: Giacomo Abbruzzese
Interpreti: Franz Rogowski, Morr N’Diaye, Laetitia Ky, Leon Lucev, Matteo Olivetti
Nazionalità: Francia, Italia, Polonia, Belgio, 2023
Durata: 92’

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.