L’Everest, si sa, è un luogo mitico. Su questa montagna enorme sono stati fatti diversi documentari e film di finzione. Qualche hanno fa, nel 2015, ha aperto proprio la Mostra del cinema il film di Baltasar Kormakur che si intitolava semplicemente Everest, e aveva attori del calibro di Jake Gyllenhaal e Keira Knightley. La struttura, di solito, è sempre la stessa: si tenta l’impresa della scalata, si incontrano difficoltà enormi, spesso qualcuno perde la vita, ma alla fine la vetta è raggiunta. Funziona, perché è la struttura del viaggio dell’eroe, la discesa (in questo caso salita) agli inferi e poi la riemersione. Lo sappiamo che va così, l’abbiamo visto più e più volte, allora perché segnalare un altro film sull’Everest? Perché in questo caso l’Everest è soltanto uno degli aspetti di un documentario che stupisce lo spettatore e che sarebbe da considerare incredibile o eccessivo, eccessivamente doloroso o eccessivamente lacrimevole, se non fosse tutto vero.
Jim Morrison è lo scialpinista forse più noto al mondo. Insieme alla moglie Helaree Nelson sta progettando l’impresa più grande e pericolosa della sua vita: scalare la parete nord dell’Everest, quella più difficile e poi scendere con gli sci ai piedi. La preparazione viene interrotta dalla pandemia e i due scialpinisti decidono di attaccare un’altra vetta, il Manaslu, che supera comunque gli 8000 metri. È lì che avviene la tragedia: appena iniziata la discesa con gli sci, una parte di ghiaccio e neve si stacca proprio sotto i piedi di Helaree e la porta giù con sé per 1500 metri, uccidendola. Il trauma per Jim, che era lì accanto a lei, ma miracolosamente non è stato toccato dalla valanga, è forte, ma decide comunque di portare a compimento il loro progetto di scalata della parete nord dell’Everest.
La figura del protagonista Jim è struggente, via via si scopre che nel suo passato c’è un’altra tragedia quasi insostenibile: la prima moglie, pilota d’aereo, era in volo con i loro due figli quando ha perso il controllo del velivolo schiantandosi al suolo. Sembra una condanna che ha dell’incredibile, sembra semplice pornografia del dolore. Ma è una storia vera, non c’è nessun accanimento, semplicemente è andata così. Ed esiste un nesso, forse, tra il trauma e l’estremo, tra la morte delle persone vicine e il desiderio inconscio e inspiegabile di andare vicino alla morte. Jim ne parla, ci riflette, racconta.
Ma ciò che rende questo documentario particolare è che tutta la storia è seguita dall’interno: il regista Jimmy Chin è stato a lungo compagno di cordata dei due protagonisti, con Jim ha scalato l’Everest e così il suo sguardo è sempre dentro quello che accade. Vediamo tutto, vediamo anche l’inguardabile: quando Helaree viene travolta dalla valanga noi ci siamo, quando il suo corpo viene trovato noi ci siamo, durante la scalata dell’Everest siamo lì, quando una piccola valanga sorprende gli alpinisti la neve cade proprio sulla macchina da presa, quando parte una missione per recuperare uno Sherpa che si è rotto una gamba noi siamo lì e percepiamo tutta la fatica del trasporto che dura più di 24 ore consecutive.
Possiamo chiederci se nella civiltà dell’immagine nella quale siamo immersi, dove tutto è visto e ripreso e esposto al voyeurismo altrui, sia giusto e opportuno mostrare davvero ogni aspetto della tragedia e dell’impresa. Eppure questo essere lì, nel mezzo dell’azione, restituisce l’idea di quello che significa ostinarsi in imprese che mettono a rischio la propria vita. Si entra in quella mentalità così strana eppure così diffusa (com’è noto la scalata dell’Everest, dal versante più facile, è diventata un’attività popolare), si capisce cosa significhi e cosa comporti. Si capisce come il trauma e il dolore possa segnare indelebilmente un uomo, come si possa desiderare fuggire da se stessi, come si crei una solidarietà umana anche grazie all’avventura e all’estremo. Insomma, rispetto a tanti film di finzione che tentano vanamente di ricostruire queste avventure, magari imbastendo un’emotività posticcia, l’autenticità di un documentario come questo è un valore aggiunto, che offre molti motivi di riflessione e di discussione.








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