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Venezia 83

Simone Agnetti

23 Settembre 2026

Una storia, la recensione – Cronaca di una famiglia comune
Venezia 83

Venezia, Festival, Filmcronache | 0 commenti

Come su una tela crettata, Anna Foglietta dipinge il ritratto della provincia italiana e di una coppia qualsiasi, colta nel corso di un anno, diviso per capitoli che scandiscono i tempi della crisi famigliare. L’immagine è ben composta, le linee sono chiare e marcate: interni domestici, lavoro quotidiano, scansione del ritmo famigliare regolato dal tempo sociale e dalle stagioni. Nessuna stortura, tutto va bene: casa, lavoro, economia domestica. Eppure, se guardate con attenzione, le cronache famigliari ritratte dalla regista romana mostrano le piccole crepe che sono diffuse e pronte a mandare in frammenti l’intera superficie del quadro. Una storia, in concorso per Orizzonti alla 83 Mostra del Cinema di Venezia, è un film che colpisce per la sua semplicità ed efficacia.

Alba Rohrwacher è la mite Erika, moglie, figlia e madre premurosa, sposa di Mauro, interpretato da Guido Caprino. Entrambi gli attori si adattano alla cantilena della parlata centro-italiana e alle abitudini di una vita comune. Quando la figlia Irene parte per studiare in una grande città, la funzione genitoriale svanisce e il perno su cui la coppia ha costruito la propria esistenza rallenta fino a fermarsi. La coppia, ora, ha tutto il tempo e lo spazio di vivere una relazione a due e non a tre. La donna, specchio di tante madri, ha sempre riempito il quotidiano di piccoli gesti verso gli altri: cucinare, fare la spesa, stirare, pulire. Abitudini vissute come scontate dai membri della famiglia, spesso vissute con insofferenza per l’urgenza con cui Erika le vive, ma che sono per lei il senso di alzarsi ogni mattina.

La scelta registica punta sull’essenzialità, come lo sono i due protagonisti. Le inquadrature statiche e prive di tagli interni mostrano il modo di abitare il tempo emotivo dei personaggi senza imporre risposte. Anche i primi piani non sono mai del tutto centrati. Gli ambienti sono comuni a tante famiglie, che vivono in case commisurate al loro stato sociale e al loro gusto semplice. Siamo lontani dai grandi appartamenti di tanta narrativa cinematografica in cui i protagonisti fanno lavori poco comuni (scrittori, registi, ricchi di varia sorte). Lui è un manovale tuttofare che lavora nella ditta del padre, allenatore di calcio per bambini, lei è cassiera in un supermercato e casalinga. Nulla di più.

Mauro, che si è sempre adattato a tutto, è cresciuto nell’oppressione del tipico padre che si è fatto la sua vita da solo, maschilista e pesantemente critico verso gli altri e verso il figlio, si trova disorientato dallo smarrimento improvviso della moglie. Nulla di esterno ai due genera la crisi, neppure il tentativo maldestro di una donna di approcciare Mauro per un aperitivo. Tutto quello che dava senso al loro vivere si svuota e li mette in una situazione di crollo interiore, al quale, non sembrano avere strumenti per reagire.

Dice la regista: “desideravo realizzare un film di relazione, in cui la vera protagonista fosse l’anima. Un film costruito sull’attesa, sui movimenti minimi e sui rituali quotidiani.” Il film pone le domande fondamentali del vivere, indaga il desiderio e il senso, esplora cosa ci spinge avanti nel portare a termine la nostra vita, dandole una direzione.

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