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Festival internazionale e metropolitano
Così la 69ma edizione della Berlinale

La 69ma edizione nonché la 18ma e l’ultima diretta da Dieter Kosslick non lascerà un ricordo indelebile nella storia della Berlinale in termini di qualità delle opere in programma. Naturalmente il ragionamento va preso come media (impossibile visionare tutti i circa 400 titoli presentati!) ma è un segnale che marca stretto sull’esigenza del cambiamento percepita già da qualche anno dalle parti di Potsdamer Platz. E la mutazione di pelle è – di fatto – già avvenuta, giacché dal 2020 in occasione della 70ma celebrazione di Berlinale alla guida saranno l’italiano Carlo Chatrian (per la direzione artistica) e Mariette Rissenbeek (per quella organizzativa): uno sdoppiamento di ruoli che invece Kosslick ha tenuto per anni saldamente riunito nella propria figura professionale, e che indubbiamente porterà i suoi frutti. Come inequivocabile merito del simpatico patron svevo resta comunque il rafforzamento della doppia identità di Berlinale, unico vero e grande festival internazionale ed insieme metropolitano d’Europa, accompagnato peraltro da un mercato cinematografico (EFM) secondo solo al Marché du Film di Cannes.

Un concorso fragile

In tal senso la kermesse non ha subito contraccolpi: sale piene, berlinesi in fila per i biglietti fin dall’alba, grande partecipazione complessiva al festival. Ma la qualità, si diceva, non ha soddisfatto le aspettative, posizionandosi addirittura al di sotto di quella del 2018 che – senza eccellere – aveva comunque offerto alcune ottime proposte. Ad aggravare una situazione già precaria si è aggiunto il mistero del ritiro dell’atteso film di Zhang Yimou, impossibilitato a mandare la copia ufficialmente “per cause tecniche”. È chiaro che la motivazione divulgata da Berlinale non potesse rivelare la probabile verità dietro all’enigma di Yi miao zhong (Un secondo), presumibilmente legata al blocco del visto censura in Cina. Orfano dunque del maestro dello Shaanxi, il concorso è apparso ancor più fragile e discontinuo.

Spazio ai film europei

La selezione ufficiale con 16 film concorrenti e 6 fuori è stata la lente attraverso la quale osservare l’offerta di Berlinale 69. Quasi esclusivamente centrata sull’Europa (11 titoli) la competizione di quest’anno ha visto l’assenza totale di opere statunitensi (quasi una prima volta…) e sudamericane, con una residualità asiatica, mediorientale e un solo film dal continente americano (Canada). Una composizione così fatta ha certamente limitato i punti di vista in campo, benché le tematiche (in gran parte legate a personaggi/situazioni femminili) abbiano avuto ampio respiro: dallo stesso luogo si possono creare mille storie, fortunatamente.

A proposito di “sguardi al femminile”, va riconosciuto a Berlinale 2019 di aver tentato di dare spazio alle registe: ben 7 su 17 film erano siglati da donne. Venendo dunque a quanto di qualità è passato fra il 7 e il 17 febbraio, non c’è dubbio che Synonymes dell’israeliano Nadav Lapid abbia felicemente fatto coincidere l’Orso d’oro con il miglior concorrente, qualcosa che raramente accade ai festival. Molto buoni anche il nuovo lavoro di François Ozon, del cinese Wang Xiaoshuai, della macedone Teona Strugar Mitevska, soddisfacente il portabandiera tricolore rappresentato da La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi ispirato all’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Buoni anche i film del turco Emin Alper e del cinese Wang Quan’an, mentre dalle altre sezioni non ha mancato di incantare l’eterna Agnès Varda (fuori concorso) e da Panorama assai interessante il britannico The Souvenir di Joanna Hogg. Nota di merito anche agli altri italiani a Berlino (in totale erano 5, di cui 4 in Panorama) che hanno mostrato sguardi e creatività diversamente qualitativi.

 

IL PALMARES

Gli Orsi d’oro e d’argento (come Gran Premio della Giuria) di Berlino 69 parlano francese come la presidente di giuria Juliette Binoche: il primo attribuito a Synonymes  dell’israeliano Nadav Lapid, il secondo a Grâce à Dieu del parigino François Ozon. Per l’Orso d’argento alla regia e l’Afred Bauer Prize (per l’apertura di nuove prospettive nel cinema) sono state preferite due registe donne, entrambe tedesche, rispettivamente Angela Schanelec per il suo Ich war zuhause, aber (letteralmente, Ero a casa, ma..) e Nora Fingscheidt per Systemsprenger (System Crasher, letteralmente “distruttore del sistema”). All’epico cinese Di jiu tian chang (So Long, My Son) del veterano Wang Xiaoshuai sono andati i premi per le interpretazioni, sia femminile (Yong Mei) che maschile (Wang Jingchun) mentre l’Orso d’argento per il contributo artistico all’autore della fotografia Rasmus Videbæk per Ut og stjæle hester (Out Stealing Horses) del norvegese Hans Peter Moland. L’Italia si aggiudica l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura attribuito Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi e Roberto Saviano per la La paranza dei bambini e il FIPRESCI per Dafne di Federico Bondi, sezione Panorama.

 

Articolo pubblicato in SdC – Sale della Comunità 1/19. Leggi il resto del numero!

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Sull'autore

Anna Maria Pasetti

Anna Maria Pasetti

Milanese, giornalista e critico cinematografico, collabora con Il Fatto Quotidiano, Vivilcinema e altre testate. Laureata in lingue con tesi in Semiotica del cinema all’Università Cattolica ha continuato gli studi in Film Studies al Birkbeck College (University of London). Dal 2013 al 2015 è stata selezionatrice della Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Si occupa in particolare di “sguardi al femminile” (seleziona per il concorso del festival Sguardi Altrove) e di cinema & cultura dalla Gran Bretagna.