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IL FUTURO SIAMO NOI (Gilles de Maistre)

Il regista e giornalista Gilles de Maistre con la sua opera documentario Il futuro siamo noi fa tornare alla mente il pittore italo-svizzero Luigi Rossi, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento, e il primo ventennio del Novecento. Nel 1924 Luigi Rossi venne definito dopo la sua morte “il pittore dei bambini” per l’affettuosa ritmica con cui si avvicinava nelle sue opere al mondo dell’infanzia. Se si ha la pazienza di andarsi a cercare due di queste opere, L’aiuola (1905) e L’alveare (1912), si ha la possibilità di cogliere nella sua pittura a olio due qualità contenitive anche del documentario Il futuro siamo noi, due modi di guardare alla “meglio gioventù” senza farne un vischioso vasetto di miele. De Maistre, un secolo dopo Rossi, dipinge anche lui la necessaria distanza che deve intercorrere tra un genitore e il movimento del figlio che ha messo al mondo, per l’appunto che almeno un’aiuola li separi, senza arrivare per questo all’alienazione di figli abbandonati ad una triste solitudine nelle stanze di un alveare senza via di uscita.

José, Arthur, Aissatou, Heena, Kevin, Jocelyn e Peter, i ragazzini e le ragazzine raccontati da Maistre, sono dei meravigliosi e intraprendenti funamboli col sorriso, in quello spazio sano che intercorre, per rimanere alla nostra metafora pittorica, tra l’aiuola e l’alveare. Non c’è traccia, infatti, dell’approccio iperprotettivo nelle periferie del mondo visitate dal regista di Il primo respiro e Mia e il leone bianco. Il genitore contemporaneo, avvolto nella vanitosa perfezione del suo ruolo, che ha scambiato l’amorevolezza con una bulimica cascata di attenzioni e preoccupazioni per il suo piccolo non è, grazie al cielo, l’orizzonte pedagogico in cui si imbatte il viaggio nel futuro immaginato dai giovani protagonisti. In questa freschezza, fatta del loro impegno ideale e concreto, condito di assertività e empatia per i diritti mancati di tanti bambini (dallo studio al lavoro minorile, dai matrimoni precoci al diritto di vivere in un ambiente ospitale e sano) o per l’indigenza di altrettante persone adulte, risiede proprio il punto di forza di un’opera avvincente e sincera, che si pone con autorevolezza dentro a quelle necessarie visioni in sala cinematografica, come famiglie e come scuole, di cui tanto abbiamo bisogno per una ritrovata socialità costruttiva.

Esistono davvero questi bambini o è una finzione? E’ questa la domanda dei nostri figli di fronte a Il futuro siamo noi, così abituati al contesto digitale e alle tante storie sfornate ogni giorno nelle piattaforme dove sguazzano per ore e, ahimè, in pandemia l’orologio ha perso anche le lancette. Questi ragazzi sono encomiabili, e proprio per questo potrebbero essere inventati. Orbene esistono davvero e de Maistre intreccia i fili delle “start-up” d’amore e di dignità che ciascuno di loro ha saputo partorire dentro alle fragilità della sua patria. Consapevole, grazie alla sua carriera di reportage in tante zone martoriate della terra, di quanto l’indignazione per le pene degli altri abbia il fiato corto, il regista confeziona un’opera che punta più all’energia di cambiamento insita nella forza delle azioni dei piccoli coinvolti nel documentario, precise e concise call to action, che alla pietà indotta e indirizzata al portafoglio di cittadini di mondi più felici.

A noi adulti che vorremmo impedire ogni forma di frustrazione ai nostri figli, questo viaggio tra Bolivia, India, Guinea e Perù (e una piccola incursione anche in Francia) regala, invece, la possibilità di ravvivare la fiducia nelle competenze del bambino. A qualcuno, a cui verrà sicuramente la voglia di alzare la mano asserendo che questi bambini sembrano dei piccoli adulti ai quali è negata l’infanzia – manager anzitempo di una charity spettacolare –,  mettendo quindi in dubbio anche la credibilità dell’opera, possiamo dire gentilmente che la distanza minima di un’aiuola (percepibile nelle testimonianze commoventi di come vivono i genitori l’impegno dei figli) fa, invece, di loro persone sicure e capaci di immaginare soluzioni per un mondo che ne ha un enorme bisogno. Invece di calcare la mano sulla latitanza di noi adulti, che non si risolve con una denuncia sul grande schermo, de Maistre punta piuttosto sul bene che i piccoli possono generare se lasciati liberi di inter-agire, se ascoltati, se interpellati. Un film che piacerà tanto ai bambini che, contrariamente agli adulti, non hanno ancora ceduto il passo a troppe invidie e pregiudizi e che dentro di loro si alzeranno ad applaudire i coetanei, preziosi custodi di un altro mondo.

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Sull'autore

Arianna Prevedello

Scrittrice e consulente, opera come animatore culturale per Sale della Comunità circoli e associazioni in ambito educativo e pastorale. Esperta di comunicazione e formazione, ha lavorato per molti anni ai progetti di pastorale della comunicazione della diocesi di Padova e come programmista al Servizio Assistenza Sale. È stata vicepresidente Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) di cui è attualmente responsabile per l’area pastorale.