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L’ANGELO DEI MURI (Lorenzo Bianchini)
I corridoi della memoria

Pietro vive da solo, a Trieste, nel degradato appartamento di un vecchio palazzo, finché la sua quotidianità solitaria non viene interrotta da un’ordinanza esecutiva di sfratto. L’anziano, che non vuole andarsene, decide allora di costruirsi un nascondiglio, in fondo al lungo corridoio di casa, dietro cui sparire. Una grata per respirare, una fessura per simulare un lucernaio, uno spioncino per osservare l’ufficiale giudiziario e il nuovo proprietario, con il timore costante di venire scoperto. Poi, un giorno, l’arrivo dei nuovi inquilini: una giovane madre con una bimba piccola e malata…

Parte da una crepa sul soffitto, L’angelo dei muri, da una fenditura, nel decadente appartamento dell’anziano protagonista, che, come una ferita nel corpo e nella mente, diventa metafora del suo precario stato psicofisico, all’interno di un luogo, appunto il fatiscente, ampio alloggio in cui egli abita, a sua volta simbolo di uno spazio esistenziale vuoto, polveroso, abbandonato. Una presenza-assenza, la sua, di natura fantasmatica, a cui incessanti rumori d’ambiente (il soffio del vento in strada, gli spifferi delle finestre, gli scricchiolii dei mobili, i passi e le voci dei nuovi inquilini) aggiungono evocative spettralità. Una dimensione claustrofobica, spaziale e acustica, che la regia di Bianchini (autore anche di soggetto, sceneggiatura, scenografia e montaggio) asseconda ed esalta con lunghi, sospesi piani sequenza, che fluttuando nell’aria sfiorano gli oggetti alternando sapientemente soggettività e oggettività di sguardo, e, come detto, con un lavoro assai pregevole sul sound desing. Questa ‘bolla’ metafisica, in cui pulsano le tensioni sotterranee del presente e gli echi sinistri del passato, spinge lo spettatore in una dimensione ‘altra’, a cavallo tra paura e magia, conscio e inconscio, dove il guardare e l’essere guardati assumono valenze nevralgiche e dove il fuoricampo si rivela altrettanto importante di ciò che viene mostrato sullo schermo.

Punto di passaggio dalla scena horror indipendente al circuito mainstream, il nuovo lungometraggio del regista udinese di Occhi e Oltre il guado non smarrisce la specifica vocazione di Bianchini alle indagini relazionali e ai cortocircuiti della memoria, facendo emergere, con pieno retaggio mitteleuropeo, il conflitto interiore fra la nostalgia per ciò che si è perduto e un senso di colpa con il quale non si riesce a venire a patti. I silenzi, le dilatazioni del tempo, le vibrazioni dei ricordi che progressivamente risalgono in superficie e lo stesso, reiterato vagare sonnambolico di Pietro assumono così, nel tessuto narrativo del film, un ruolo niente affatto pretestuoso, facendo de L’angelo dei muri (grazie anche al contributo di un direttore della fotografia come Peter Zeitlinger, fedele sodale di Werner Herzog) un’opera labirintica dalla rarefatta, ipnotica fattura visiva.

L’ANGELO DEI MURI

Regia: Lorenzo Bianchini
Interpreti: Pierre Richard, Iva Krajnc, Gioia Heinz, Arthur Defays
Nazionalità: Italia, 2021
Durata: 102’

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.

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