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MANUEL (Dario Albertini)
18 anni e non sentirli: un convincente racconto di formazione

Al compimento dei suoi diciott’anni, portati con spavalderia ma anche con giudizio, Manuel esce dall’istituto per minori privi di sostegno famigliare in cui ha vissuto fino ad allora. Per la prima volta assapora il gusto dolceamaro della libertà. Sua madre, Veronica, è rinchiusa in carcere. E può sperare di ottenere gli arresti domiciliari solo se il figlio accetta di prenderla in carico…

 Un film dal taglio secco, asciutto, profondo, senza alcuna enfatizzazione emotiva o ricamo estetico. Un film, Manuel, perfettamente a suo agio in quel “cinema di strada”, periferico e sociale (Lo chiamavano Jeeg Robot, Fiore, Cuori puri, A ciambra…), che con la sua marginalità narrativa, il suo rigore stilistico, il suo scavo interiore sta ridisegnando sul grande schermo la geografia esistenziale italiana.

Il primo lungometraggio di finzione di Dario Albertini convince dunque per il suo “grado zero” di artificialità: sequel ideale della Repubblica dei ragazzi, il documentario con cui Albertini ha descritto le fasi di autogoverno in una comunità, Manuel è un racconto di formazione che non trascurando le ombre di un’adolescenza difficile, divisa tra slanci e sospensioni, ma mettendo in rilievo le luci di una maturità sorprendente, pulsa di realtà ad ogni inquadratura, vivendo di sguardi, più che di parole, di abbracci sinceri, filmati a pudica distanza, di ricongiungimenti sotterranei e di intime ricuciture affettive. Tutto è plausibile, possibile, verosimile, a cominciare dalla casa-famiglia in cui ha vissuto il diciottenne (un efficacissimo Andrea Lattanzi), fino al quartiere sul litorale laziale in cui è situato l’appartamento della madre. E vere, genuine, trasparenti sono anche le persone che, incontrate una dopo l’altra, puntellano il cammino di crescita di Manuel, dall’educatrice del’istituto per minori al sacerdote che accompagna il ragazzo in stazione, dal barbone con il motocarro in panne alla volontaria Caritas aspirante attrice, dall’amico che fa affari sporchi in Croazia al falegname ospite, anni prima, della stessa casa-famiglia.

Nella decisione del figlio di farsi carico degli arresti domiciliari della madre c’è un senso di responsabilità inedito, che però, nel film di Albertini, è possibile rintracciare nei gesti disinteressati e altruistici di Manuel, spontanei ma già pienamente consapevoli. Come spingere l’Ape ingolfato del barbone senza che nessuno gliel’avesse chiesto, consegnare un dipinto giovanile al falegname-pittore, aprendogli il cuore, ripulire l’alloggio della madre, sporco da anni, concordare con l’avvocato l’iter burocratico da seguire per la scarcerazione della donna. Con l’ultima, decisiva inquadratura a chiedere conferma, anche allo spettatore, di un’ammirevole “prova d’adulto”. Vissuta, fin dall’inizio, sulla propria pelle.

Regia: Dario Albertini

Nazionalità: Italia, 2017

Durata: 98′

Interpreti: Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea, Giulio Beranek

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.