Guardate la ricchezza che una parola può sprigionare. Gagarine è titolo, luogo, simbolo, nome, condizione, direzione. Anzitutto è un titolo, prima di un corto poi di un lungometraggio, di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh, francesi innamorati del cinema, dei viaggi, delle persone, degli spazi da abitare. Come attestano due dei loro lavori La république des enchanteurs e Chien Bleu, entrambi realizzati con gli abitanti dei quartieri della classe operaia della periferia parigina.

E, infatti, il film Gagarine nasce proprio dalla memoria raccolta qui, tra le cose e le case: «Abbiamo passato anni a filmare i ricordi delle persone – hanno dichiarato – e questo ci ha permesso di stringere forti amicizie con persone di ogni età e provenienza, è stato entusiasmante ascoltare i residenti raccontare i loro desideri e le loro speranze una volta entrati negli appartamenti di Gagarine».

Perché Gagarine è anche un luogo, nome del progetto abitativo Cité Gagarine, enorme complesso-alveare in mattoni rossi che comprendeva quasi quattrocento appartamenti, costruito nei primi anni Sessanta a Ivry-sur-Seine, uno dei comuni comunisti che formano la cosiddetta “cintura rossa” intorno a Parigi.

Un maxi contenitore che si sviluppava verticalmente voluto per sgomberare le strade dalle baraccopoli, figlio di un’utopia architettonica che rivelò tutti i suoi limiti ridimensionandosi a breve e trasformando i complessi residenziali in veri e propri quartieri che non di rado furono stigmatizzati e rasi al suolo per fare posto a nuovi progetti di riqualificazione urbana. Nel 2014 fu presa la decisione di demolire anche Cité Gagarine che ben presto fu evacuata rimanendo spoglia e deserta, come un guscio vuoto. Un luogo abbandonato. Una città fantasma. Lo scheletro di un sogno. Fino al 31 Agosto 2019 quando le macchine lo demolirono.

Ma la memoria custodisce, anche se le cose vengono distrutte, cancellate, sepolte. Gli abitanti di Cité Gagarine assistono alla rappresentazione della demolizione ricordando quel giorno di giugno del 1963 quando Yuri Gagarin, l’astronauta, uno che da su era appena venuto giù, una stella insomma, si recò all’inaugurazione del complesso abitativo che portava il suo nome. Il futuro e il simbolo. Come avviene in modo meno amaro in quell’altro titolo, bellissimo, nostalgico, romantico, di Richard Linklater, Apollo 10 e mezzo, il film Gagarine mette in scena anche questo continuo fare i conti con una storia che celebrava il sogno, le stelle, lo spazio, l’uomo, le grandi distanze, le speranze di un mondo migliore. Non a caso il protagonista del film si chiama Youri e il suo sguardo porta tutto il peso della responsabilità di un giovane ragazzo che crede di poter offrire il proprio contributo al mondo: guarda in alto, ad altezza umana, verso il cielo e spinto dalla luce convinto che la vita sia un dono che anima il mondo. La sua storia assume i tratti di una parabola dello spirito: lui che ha sempre sognato di fare l’astronauta trasforma Gagarine nella sua astronave prima che scompaia per sempre. E Gagarine si trasforma in un luogo di luci e ombre in movimento, che ricorda i confini invisibili di una sala cinematografica dove tutto può accadere, dove ogni esperienza spettacolare è custode di una memoria, un luogo dell’anima in cui l’affetto precede e segue l’effetto. Gagarine, per Youri, rappresenta un utero materno che non si vuole abbandonare. E intorno a questa tensione del rinascere o del morire, in bilico tra ossessione e trauma, il film dischiude un’appassionata e appassionante storia d’amore d’altri tempi, esprimendo tutta la sua energia. Come una stella.

 

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Sull'autore

Matteo Mazza

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