La migrazione delle persone e dei popoli è una tragedia ovunque accada. Lo è per chi è costretto a fuggire dalla propria terra per motivi economici, politici, sociali e di incolumità personale, lo è per le nazioni attraversate dai flussi migratori, lo è per gli stati che li accolgono -o respingono-. Tutta la filiera è una macchina del dolore, dello sradicamento, della perdita, e, in casi frequenti, di morte.
Harà Watan (Terra perduta) si attesta come uno dei migliori film della sezione Orizzonti a Venezia 82. I giurati del concorso hanno assegnato al regista giapponese Akio Fujimoto il Premio Speciale della Giuria per questo film duro e toccante.
Shafi (Shofik Rias Uddin), di quattro anni, e la sorella Somira (Shomira Rias Uddin Muhammad), di nove, lasciano un campo profughi Rohingya, in Bangladesh, con degli zii per intraprendere un pericoloso viaggio verso la Malesia, prima via mare e poi nei boschi lungo il confine tailandese. I Rohingya sono una delle minoranze etniche di religione musulmana più perseguitate al mondo. Fujimoto scandisce i giorni di questo tempo di migrazione mostrando gli accadimenti come in un diario. Per gli aguzzini che gestiscono la tratta dei migranti contano solo i soldi che i fuggitivi, o i loro parenti, possono offrire.
Rimasti soli nella foresta, dopo aver perso tutto, vivono di espedienti facendosi forza l’un l’altra. Sono bambini e, nell’indigenza, trovano il tempo del gioco. La loro natura li protegge dal perdere ogni speranza, mentre si consuma la tragedia del massacro del loro popolo lungo i confini asiatici. Nella relazione tra sorella e fratellino troviamo richiami a pellicole intense come La tomba delle lucciole (Isao Takahata, 1988). Seppure l’aiuto di varie persone buone sosterrà i due, non avremo il finale sperato.
Akio Fujimoto da dodici anni realizza film nel Sud-est asiatico, in particolare in Birmania. Qui è venuto a conoscenza delle persecuzioni inflitte al popolo Rohingya. Dice il regista: “In Birmania parlare apertamente dei Rohingya è un tabù. Quel silenzio è diventato un peso e mi ha portato a Harà Watan.”
Oltre duecento Rohingya hanno preso parte alla realizzazione di questo film, inclusi i due bambini protagonisti. La maggior parte degli attori ha vissuto in prima persona i pericolosi viaggi narrati, rendendo autentica la loro recitazione, come nessun professionista avrebbe potuto fare.
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