Sentimenti e amicizia, legami e desiderio di libertà nel cuore di tre amiche: Joan non è più innamorata di Victor, ma non vuole fingere e essere disonesta con lui; Alice non prova passione per il suo compagno Eric, eppure pare che la loro relazione vada bene; Rebecca coltiva più di un segreto ma non manca di essere leale. All’improvviso qualcosa sconvolge le loro vite e relazioni e tutto sembra destinato a cambiare.
Lo sguardo interpellato
Il film ci chiede: cosa significa coltivare e custodire un legame amoroso? Cosa implica volere il bene dell’altro e in che modo è ugualmente possibile garantire il proprio bene? Quali sono i dilemmi che ci inseguono e accompagnano nella costruzione di una relazione e nel confronto con la solitudine? Nel mondo in cui viviamo è ancora possibile credere alla verità di un amore indissolubilmente legata all’onestà? E se amare significasse (anche, come in questo caso) lasciare andare? Cosa resta nel cuore di chi rimane? Il film di Emmanuel Mouret si interroga sulla natura dei legami affettivi, sulla mancanza di essi e sull’essenza dell’amicizia osservando la vita da tre prospettive differenti. Tre amiche ci pone una domanda: come si può essere onesti e coerenti con sé stessi senza ferire gli altri?
Il paesaggio dell’anima di Tre amiche
Joan, Alice, Rebecca, queste tre amiche al centro della vicenda, differiscono non solo per le loro idee, ma anche per il modo in cui vivono la vita. Sarebbe troppo sbrigativo e comodo liquidare il film di Emmanuel Mouret come un innocuo film sentimentale. Invece è molto di più: sia per come riesce a tenere a bada le tensioni del melodramma sia per come è capace di mescolare leggerezza e tragedia, pathos e morte.
Sebbene il filo narrativo principale di Joan sia collegato alla situazione opposta e speculare di Alice, per la quale l’essere in coppia non è questione di passione, che causa sofferenza, ma piuttosto di stabilità e sicurezza, il film genera un vorticoso tira e molla di concezioni opposte, sguardi riflessi, prospettive asimmetriche che portano al fiorire di una spiazzante alternanza di toni diversi.
Dove collochiamo la vicenda della terza amica Rebecca, insicura sia in amore sia nel lavoro, in cerca di maggiore stabilità? Come la guardiamo e, di conseguenza, come giudichiamo la sua precarietà? Come ha dichiarato lo stesso Mouret: «Le diverse storie all’interno del film si richiamano l’una con l’altra, come se fossero linee melodiche che generano contrappunti. Queste tre amiche differiscono non solo per le loro idee, ma anche per il modo in cui vivono la vita». Sono personaggi in cerca di una storia da raccontare, di fronte a dilemmi morali, privi di qualsiasi corazza perbenista o eroica, immersi in una quotidiana umanità fatta di imperfezione e limiti: inaffidabili, egoisti, capricciosi, possono reagire in modo goffo, ma sanno anche mostrarsi premurosi verso gli altri e farsi degli scrupoli.
Per quanto grotteschi possano sembrare a volte sono personaggi che riescono a coniugare il proprio splendore e la propria ridicolaggine, dovendo fare i conti con la propria coscienza, a volte travolti dallo smarrimento e dall’indecisione, altre volte semplicemente inadeguati ma con un cuore disposto a prendersi cura degli altri. Sanno di sbagliare, ricominciano anche se sanno che potrebbero ricascare nell’errore.
I legami di Tre Amiche
Nel film i personaggi vanno spesso al cinema a riguardare i classici. A proposito di questa scelta, Mouret ha dichiarato di essersi ispirato a Jean-Louis Comolli, suo insegnante alla scuola di cinema Femis di Parigi il quale ripeteva: «Spesso dimentichiamo che gli spettacoli o i film che guardiamo non sono solo storie, finzioni, personaggi e avventure, ma che rappresentano anche, che ci piaccia o meno, dei modelli in termini di comportamento, di come relazionarsi e considerare gli altri».
A margine di questo pare evidente che qui il cinema ricopra la funzione di angelo custode per questi personaggi, una sorta di presenza misteriosa che, se accolta nella sua complessità, può indirizzare la vita. A ben guardare Tre amiche è un film di angeli, visibili e invisibili, che si riconoscono solo se si hanno i sensi aperti (come accade ad Abramo nel racconto di Gn 18, alle Querce di Mamre).
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