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ABRAMO
Gli equivoci della Fede

«Abramo, prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e offrilo in olocausto sul monte che io ti indicherò!» Queste terribili parole sono l’incipit di uno degli episodi più celebri dell’Antico Testamento: dopo aver concesso ad Abramo e all’anziana moglie Sara il dono di un figlio, Dio chiede al patriarca di sacrificarlo in Suo nome, alla stregua di un capretto o di un montone. Nel testo biblico Abramo obbedisce al Signore, ma nel momento in cui sta per sferrare il colpo mortale, un angelo sostituisce il ragazzo con un ariete. La prova è superata: Abramo ha dimostrato una fede in Dio che è più forte dell’amore, della ragione, del suo stesso figlio. Abramo sarà il capostipite del popolo eletto.

Molti studiosi e filosofi nei secoli si sono interrogati sul sacrificio di Isacco, contribuisce oggi a questa riflessione Ermanno Bencivenga che nella tragedia in tre atti “Abramo” immagina un’alternativa alla narrazione biblica, cambiando il finale della vicenda. Nello spettacolo messo in scena dal Teatro Kismet per la regia di Teresa Lodovico, Abramo esegue senza riserve l’ordine divino trasmessogli dai tre misteriosi viandanti che lo avevano visitato nel suo accampamento. Il racconto del sacrificio è affidato al servo che accompagna padre e figlio sulla cima del monte: Isacco «volge le spalle al padrone, che a un tratto lo afferra e gli chiude il collo in una morsa e solleva il coltello… e colpisce Isacco… alla gola… e il suo corpo, che prima… era teso come un arco, … si rilascia, si allenta… ». Dopo aver udito della morte del figlio, la madre Sara impazzisce per il dolore, mentre Abramo rientra affranto nella sua tenda.

La morte di Isacco, il non-intervento divino, cambia totalmente il significato della vicenda, e sono proprio i tre viandanti/messaggeri divini a svelare ad Abramo il significato di quella prova, purtroppo fallita. Abramo non ha compreso l’assurdità di quell’ordine divino, la prova era infatti avere abbastanza fede in Dio da saper rifiutare quelle parole, perché proprio la fede avrebbe dovuto insegnare al patriarca che quel comando terribile non poteva venire da Dio, perché il vero Dio non esige mai che la sua creatura rinunci alla sua dignità, alla sua libertà, all’amore.

L’aver ucciso suo figlio nel nome di Dio non è prova di vera fede ma di un credo aberrante, fondamentalista, ottuso che non sa riconoscere la verità dell’amore, Abramo quindi non è degno di essere il capostipite del popolo eletto. Nel finale della tragedia Sara, ormai folle, continua a parlare al fantasma di Isacco e Abramo, dopo un terribile travaglio interiore, infine comprende il suo errore e, alla stregua di un Edipo accecato, condanna se stesso al perpetuo silenzio, un silenzio cupo e doloroso nel quale si spegnerà la sua esistenza.

“In Abramo – commenta l’autore Ermanno Bencivenga – si esprime un conflitto fra due concezioni della fede; ed è un conflitto che non si vuole risolvere, poiché lo spettatore deve risolverlo per conto suo. Il tema, o meglio, i temi proposti sono emblema di un’analisi irrisolta fra voci diverse; concezioni, idee e ideali accesi da profonde, intense e, talvolta, estreme emozioni. Il teatro – conclude il filosofo – s’impone come luogo naturale per inscenare un simile confronto, in cui i personaggi sono coinvolti sull’intero spettro della loro umanità”.

In scena al teatro Filodrammatici di Milano dal 5 al 9 aprile

trailer dello spettacolo

Teatri di Bari/Kismet

ABRAMO
di Ermanno Bencivenga
adattamento e regia Teresa Ludovico
con Augusto Masiello, Teresa Ludovico, Christian Di Domenico, Michele Altamura, Gabriele Paolocá, Domenico Inveri
spazio scenico e luci Vincent Longuemare
costumi Cristina Bari e Teresa Ludovico

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Sull'autore

Marina Saraceno