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Hollywood, il cinema alla fine dei sogni
L’american dream osservato là dove tutto è cinematograficamente possibile

Hollywood

Condizione necessaria per un sognatore è che i sogni non si avverino. Se si avverassero il sognatore diventerebbe un uomo di successo, un vincente, un eroe. Se i mulini a vento di Don Chisciotte fossero davvero dei mostri, lui sarebbe un cavaliere senza macchia. Il conflitto tra realtà e sogno è la base della condizione del sognatore.
Cos’è il cinema? È una fabbrica di sogni, è stato detto: lo spettatore entra in una sala buia e penetra nel subconscio (non pare un caso che la nascita del cinema e gli studi di Freud sui sogni siano quasi coevi), sullo schermo, come sulle palpebre chiuse al limitare della notte, assiste alla messa in scena del proprio universo onirico. Capita che dallo schermo, come nella Rosa purpurea del Cairo di Woody Allen, esca una figura, un personaggio, e allora il conflitto è assicurato, il sogno invade la realtà. Oppure capita che lo schermo bruci, come in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, e lo spazio del sogno sia dolorosamente annullato.
Oppure il cinema è realtà, è strumento di conoscenza, dai cinegiornali ai film di Michael Moore, a Fuocoammare di Gianfranco Rosi e oltre, il cinema è documento, è realtà. Due linee, attive fin dalla nascita del cinema: la linea Lumière (questo è un treno che arriva nella stazione di La Ciotat, questi sono i lavoratori che escono dalla fabbrica Lumière) e la linea Meliès (possiamo volare sulla Luna, possiamo sparire dietro un velo, un pipistrello può trasformarsi in un diavolo).

È una questione di tono, di genere, di scelte stilistiche oltre che tematiche. Nell’immaginario comune il cinema più leggero, allegro, spensierato e perciò onirico è il musical. La storia del cinema ci ha presentato innumerevoli eccezioni a questo stereotipo, che tuttavia resta intatto e apparentemente inattaccabile. Il musical mina il patto narrativo con lo spettatore, l’illusione di realtà svanisce nel momento in cui gli attori cantano e ballano, smettono di essere come noi e iniziano a manifestare la dimensione di finzione dell’opera che stanno recitando. Quando nel 2000 Lars von Trier, con la sua consueta verve provocatoria, decise di rappresentare il conflitto tra un mondo interiore, onirico, e quello esteriore, drammaticamente realistico, ricorse proprio al musical per i sogni, e alla lezione del Dogma per la realtà. Il conflitto divenne così assoluto, insanabile, fino al tragico finale. Funzionava proprio perché il musical dava immediatamente la sensazione di una fuga verso i sogni. Si potrebbe dire che il musical sia cinema puro, nella sua dimensione di finzione e perciò di sogno.

Su questa ampia premessa si basa il recente e apprezzato La La Land di Damien Chazelle, Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia per Emma Stone, vincitore di sette Golden Globe e vincitore di 6 premi Oscar, un musical sentimentale che fin dal titolo allude a una fuga in un mondo di sogni nella città di Los Angeles. Tutto il tono e il senso del film sono già annunciati dall’incipit. Una lunga e arida strada di Los Angeles, una interminabile coda di macchine e camion immobili, una giornata calda, fretta e disagio, nervosismo che sale. Poi una musica esce da un’auto, e una persona comincia a ballare, scende dalla macchina, altre la vedono e si uniscono alla danza, la musica non ha più origine e li accompagna ovunque, ballano e cantano, saltano sulle auto, corrono, dal retro di un camion escono altri ballerini, la strada si trasforma in un teatro di danza.

Siamo dentro lo stereotipo più consumato del musical, ma la sensazione è di un conflitto più forte: la strada piena di macchine è uno scenario fortemente realistico e noto a tutti per il disagio che crea, per l’accumulo di fastidio e nervosismo che genera negli automobilisti. È qui che lo scarto verso un immaginario astratto si radica in maniera più intensa. Il fatto che qui avvenga il primo incontro tra i due protagonisti, i romantici personaggi interpretati da Ryan Gosling ed Emma Stone, dà già un tono, una cifra al loro incontro. Ma quale esattamente? Dove si collocano?

Il film gioca chiaramente su questa dicotomia, sulla polarizzazione tra sogno e realtà, ma la articola ulteriormente. Il cinema compare non solo come universo rappresentato dal musical ma anche come elemento diegetico. La protagonista infatti sogna di diventare una grande attrice, fa provini su provini che paiono tutti fallimentari, e nel frattempo lavora nella caffetteria degli studios. Si direbbe facilmente che il cinema è il suo sogno. Uno dei motivi che la legano progressivamente all’uomo che ama è che anche lui sogna un mondo ovattato e romantico, quello della musica jazz. Questi due sogni, uniti al loro amore intoccabile, sono rappresentati dal musical.

Ma, si diceva, condizione del sognatore è che i sogni non si avverino. (…)

Continua a leggere il saggio di Cinquegrani sul numero online di Filmcronache n.1/17 (accessibile gratuitamente anche tramite App)

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Alessandro Cinquegrani