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La produzione cinematografica di Ivano De Matteo è informata da due macro temi che spesso s’incrociano — come ad esempio ne I nostri ragazzi, il film del 2014 che è una sorta di opera-cerniera —: ovvero l’ipocrisia della famiglia borghese e il conflitto tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi. Tema quest’ultimo posto al centro anche del nuovo lavoro, il suo ottavo lungometraggio di finzione, e che dunque si presenta come una sorta di variazione, che di fatto è il proseguimento di un’indagine, antropologica e sociale al tempo stesso, intrapresa da tempo. Un rapporto conflittuale, irrisolto e sempre dilaniante nel suo cinema, che il regista romano affabula (co-firmando quasi tutti gli script, come anche in quest’occasione, con la compagna Valentina Ferlan) e mette in scena scegliendo sempre situazioni-limite. Che non servono solo a rappresentare la distanza tra i due mondi, esplorandone le incertezze e restituendone le reciproche fratture, ma soprattutto a esprimerne l’inconciliabilità attraverso una narrazione mai consolatoria.
Anche Una figlia infatti — che con il precedente Mia condivide il medesimo focus sul rapporto padre-figlia — appare connotato dalle stesse direttrici tematiche e da un simile sviluppo drammaturgico, seppur la vicenda qui sia in parte incorniciata in un genere (il prison-movie) che segna una delle più significative novità nell’enunciazione del regista romano. Una vicenda che infatti è interamente imperniata sul rapporto tra un agente immobiliare e la figlia diciassettenne, cui danno corpo e vibrazioni Stefano Accorsi e la giovane e promettente Ginevra Francesconi, e che è connotata dalla rispettiva discesi agli inferi, conseguenza di un gesto, inconsulto quanto nefasto, compiuto dalla ragazza. Una figlia insomma si dà come l’ennesima tragedia di matrice classica ma come sempre calata in chiave contemporanea da parte De Matteo che, al netto di qualche clichès e dell’iperbolica cupezza con la quale avvolge l’orizzonte dei propri protagonisti, ma costruendo anche almeno un paio di sequenze di grande forza emotiva, qui meglio che altrove trova le giuste corde espressive per raccontare l’irredimibilità di un rapporto segnato da un trauma profondo.
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